Maria Fuxa, dal manicomio alla poesia/ Storia della poetessa siciliana degli “ultimi”

Maria Fuxa, dal manicomio alla poesia: la triste storia della poetessa siciliana che cantò “gli ultimi” e trascorse 50 anni in una clinica psichiatrica studiando e dedicandosi all’arte

La poetessa Maria Fuxa
La poetessa Maria Fuxa (Web, 2019)

Quella di Maria Ermenegilda Fuxa, poetessa siciliana colpevolmente poco conosciuta (a differenza della più celebre Alda Merini)e la cui vicenda terrena l’ha vista sempre in bilico tra l’amore per i versi e una esistenza trascorsa per oltre la metà in un manicomio merita di essere raccontata. Anzi, le due cose nella vita di questa donna di lettere scomparsa nell’oramai lontano 2004 all’età di 91 anni non possono essere scisse dal momento che forse è stata proprio la poesia a dare un conforto a questa donna originaria di un piccolo centro della provincia di Palermo e che nella sua attività artistica ha dato soprattutto voce ai cosiddetti “ultimi”, vale a dire coloro che (proprio come lei) soffrono e che sono alla costante ricerca di un modo per dare forma e sostanza al mondo che hanno dentro. E proprio in onore dei Maria Fuxa, negli ultimi anni, è stato intitolato nella sua Palermo proprio un giardino all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Via La Loggia, un luogo che la poetessa di Alia conobbe bene e dal quale uscì solamente nel 1997, prima di spegnersi pochi anni dopo, nel 2004, in una casa-famiglia dove trascorse i suoi ultimi giorni.

LA TRISTE STORIA DI MARIA FUXA

Maria Ermenegilda Fuxa, come detto, nacque ad Alia nel 1913 assieme alla sua gemella Nicoletta, la sorella con cui avrà sempre un rapporto difficile, entrambe figlie di una famiglia che vantava nobili origini: tuttavia, sin dall’infanzia la piccola Maria mostra un carattere introverso e solitario, complice anche il continuo confronto a livello di risultati scolastici a cui i severi genitori sottopongono le due figlie che, una volta grandi, diverranno delle maestre. L’evento decisivo nella giovinezza della poetessa siciliana è l’amore per un ragazzo con cui sogna di costruirsi un futuro: sogno che viene spezzato dal tradimento del fidanzato proprio con la sorella Nicoletta e che porta Maria a tentare il suicidio, non riuscendoci: da allora viene rinchiusa nella clinica psichiatrica di Via La Loggia, lungo i cui vialetti e giardini (“ni stu locu di duluri ca si chiama manicomiu”) comporrà alcuni dei versi per cui oggi è stata riscoperta e ricordata. La cosa assurda della sua vicenda è che, dopo la morte dei genitori, Maria rimase comunque ricoverata presso la struttura come degente, subendo veri e propri maltrattamenti sotto forma di cure quali elettroshock, terapie a base di psicofarmaci e che ne peggiorarono solo lo stato di salute, ma non a tal punto da inibire la sua vena artistica che, nel corso di quei 50 anni, trovò il modo di emergere.

TRA IL MANICOMIO E L’ATTIVITA’ POETICA

Per scoprire davvero chi era questa donna così fragile ma così dotata, e che le persone che l’hanno conosciuta descrivono come una persona mite e affabile, lontana dall’immagine di squilibrata che si ha dei pazienti psichiatrici, si può leggere la sua autobiografia: Maria Fuxa scrisse “Nel silenzio della crisalide” usando la terza persona e descrivendo la sua situazione di persona che ha sofferto di depressione e finendo emarginata da parte della società, entrando e uscendo da strutture psichiatriche e viaggiando tra Palermo e Milano: uno dei temi che torna sempre è quello dell’amore e del rapporto proprio con Nicoletta, da cui Maria si sente tradita, e dello studio dei classici e dei grandi poeti, a cui si dedica forse proprio per fuggire da quella realtà che non la accetta. Non a caso quei volumi e quei libri tanti amati da uno dei suoi modelli, Giacomo Leopardi, erano definiti come “le care rive” a cui lei tornava sempre, quasi un approdo sicuro per chi è sballottata continuamente nel mare della vita. La sua via di fuga, da non intendere solo come escapismo, fu la poesia, quasi un modo di lottare contro quella diagnosi che la voleva “incapace di intendere e di volere” e che prescriveva per lei il ricovero in manicomio. Ma nella sua sofferenza, seppur lucida, Maria Fuxa raccontò le vite derelitte di chi soffriva, dei senza voce e di coloro che venivano annientati e morivano tra le quattro mura di istituti che non curavano ma contribuivano solo a disumanizzare le persone. E così dagli Anni Settanta in poi prende forma la sua produzione poetica, in parallelo col suo lavoro nella locale biblioteca, mentre intanto partecipa a concorsi di poesia e riunendo le sue creazioni in due raccolte, prima che l’ospedale chiuda nel 1997 e chiudendo, di fatti quasi contemporaneamente la sua vicenda artistica, dato che morirà solo sette anni dopo, sopravvivendo così poco a quella gabbia che l’ha rinchiusa per così tanto tempo, ma pure ispirata.

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