Marisa Maldera, marito finse incidente/ Ergastolo a Piccolomo (Un Giorno in Pretura)

- Emanuela Longo

Marisa Maldera, morta in un incidente stradale: il marito Giuseppe Piccolomo condannato all’ergastolo per omicidio volontario dopo diversi anni. Il caso a Un Giorno in Pretura

Marisa Maldera
Marisa Maldera
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Riparte dall’omicidio di Marisa Maldera la nuova stagione di Un Giorno in Pretura, la trasmissione di Rai3 condotta da Roberta Petrelluzzi. Marisa, ristoratrice e madre della provincia di Varese, aveva 48 anni quando morì in una notte di febbraio del 2003, vittima di uno strano quanto inquietante incidente stradale mentre era a bordo della Volvo Polar guidata dal marito Giuseppe Piccolomo. Marisa rimase infatti incastrata nelle lamiere trovando la morte tra le fiamme di un terribile incidente in mezzo al prato di Caravate. Il marito però, stranamente ne uscì illeso. Secondo il racconto dell’epoca reso agli inquirenti da Piccolomo, sarebbe stata una tanica di benzina presente a bordo della vettura a prendere fuoco. Lui riuscì a scendere senza però poter salvare la moglie. Indagato per omicidio volontario, l’accusa a suo carico fu però archiviata due anni dopo, nel 2005. Nel 2013 però, la procura generale di Milano chiese alla procura di Varese la riapertura delle indagini per omicidio volontario a carico di Piccolomo, in riferimento a quella morte sospetta di Marisa Maldera.

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MARISA MALDERA, FIGLIE ACCUSANO IL PADRE

Nel corso delle indagini preliminari in seguito alla morte di Marisa Maldera, le figlie della vittima avevano puntato il dito contro il padre, Giuseppe Piccolomo. Era stato il sostituto pg a scrivere che le due figlie “avevano fin dall’inizio evidenziato il sospetto che la morte della madre non fosse conseguenza di un incidente occasionale colposamente causato, bensì l’esito dell’azione volontaria e premeditata del padre”. Una convinzione ben radicata rafforzata anche dal coinvolgimento dello stesso padre, sei anni dopo la morte di Marisa, in un altro delitto, quello della pensionata Carla Molinari. Le indagini furono riaperte e portarono a galla nuovi inquietanti particolari. Nel 2018, grazie agli accertamenti eseguiti dalla tossicologa forense dell’università di Pavia Cristiana Stramesi sui campioni prelevati dal cadavere di Marisa Maldera, emerse che nel corso della vittima vi erano tracce di Lorazepam, il principio attivo di tranquillanti come Tavor o Control, mai assunti dalla donna. Ciò avrebbe influito sul sistema nervoso centrale della donna e questo evitò di mettersi in salvo.

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LA CONDANNA ALL’ERGASTOLO PER PICCOLOMO

Sempre nel corso del processo a carico di Piccolomo emersero nuovi dettagli anche in merito all’auto nella quale trovò la morte Marisa. I rilievi tecnici esclusero un ribaltamento ma evidenziarono anche una stranezza legata ad uno sportello, l’unico dei quattro ad essere stato trovato chiuso dopo lo spegnimento delle fiamme e risultato “come inchiodato”. Era lo sportello del lato passeggero, proprio lo stesso dove trovava posto la povera Marisa. Il 18 gennaio scorso però, è giunta la fatidica sentenza che ha condannato per la seconda volta all’ergastolo Giuseppe Piccolomo per il delitto della moglie Marisa Maldera. “Finalmente nostra madre ha avuto giustizia. Da anni sosteniamo che fu lui ad ammazzarla”, furono le prime parole a caldo pronunciate da Tina, una delle due figlie, come riferisce Repubblica. L’accusa a carico del padre è stata per omicidio volontario della moglie. La difesa di Piccolomo, Stefano Bruno, aveva annunciato il ricorso in Appello.

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