MEDIO ORIENTE/ Se l’“Accordo del secolo” porta pace in Israele

- Nicola Berti

Presto verrà ufficializzato il piano di pace per il Medio Oriente studiato da Trump, ribattezzato dai media internazionali “Accordo del secolo”

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Incidenti al confine tra Gaza e Israele (LaPresse)

I media internazionali lo hanno già battezzato “The Deal of the Century” o “The Ultimate Deal”. Per capire se il piano di pace per il Medio Oriente studiato dal presidente americano Donald Trump sarà davvero l’“Accordo del secolo”, garantendo una pace “definitiva”, bisognerà naturalmente attendere molto di più delle poche ore che – secondo gli ultimi rumors – separano dall’ufficializzazione della proposta della Casa Bianca.

Alcuni pronostici guardano a martedì prossimo, all’indomani dell’ultra-simbolica Giornata della Memoria. Ma le celebrazioni solenni del 75° anniversario della liberazione di Auschwitz si sono già svolte a Gerusalemme, presente anche il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e, fra gli altri, il presidente russo Vladimir Putin e quello francese Emmanuel Macron. È stato lì che, l’altra sera, il vicepresidente americano Mike Pence ha invitato il premier israeliano Bibi Netanyahu a Washington per assistere allo “svelamento” del piano. L’invito è stato esteso – in modo inedito – anche a Benny Gantz, il leader di “Blu e Bianco” che si accinge a sfidare il Likud di “King Bibi” al voto anticipato del prossimo 5 marzo.

Le indiscrezioni sul contenuto del piano, intanto, filtrano già abbondanti. Trump guarderebbe, anzitutto, a conferire legittimità finale alla presenza israeliana nei Territori palestinesi, il cui status di diritto internazionale rimane ancorato alla risoluzione 242 dell’Onu del 1967 (sollecitazione al ritiro di Israele).

Due mesi fa il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato “non più illegittima” l’espansione dei coloni israeliani via via sviluppatasi nei decenni nella West Bank. Trump ha anche già trasferito l’ambasciata Usa a Gerusalemme, rispondendo alle spinte dei settori più sensibili al nazionalismo religioso entro i confini dello Stato ebraico (principalmente nella “maggioranza Netanyahu” al potere da un decennio) e nella più vasta comunità israelita internazionale. Ora il piano – secondo alcune anticipazioni – porterebbe a una formalizzazione ulteriore dello status di capitale di Israele per la Città Santa per le tre grandi religioni abramitiche.

Agli abitanti palestinesi dei Territori rimarrebbero, a quanto filtra, alcune forme di autogoverno esistenti. L’Autorità nazionale palestinese (ribattezzatasi unilateralmente “Stato di Palestina”) è stata istituita dopo gli Accordi di Oslo del 1993 fra Yasser Arafat, leader dell’Olp, e il premier israeliano Yitzhak Rabin, àuspici gli Usa di Bill Clinton. Trump ha anticipato che la sua proposta “non piacerà ai palestinesi, ma porterà loro benefici”. Prime voci critiche – anche in Israele – mettono in guardia contro un tentativo di sostanziale “annessione”: fra di esse spicca già quella dell’attuale presidente palestinese Mahmoud Abbas.

L’accelerazione di Trump, naturalmente, torna a scuotere uno scacchiere geopolitico che ancora trema in Medio Oriente per l’incidente Usa-Iran di inizio anno. Ma il piano si colloca inevitabilmente anche nel raggio della recente escalation in Libia. E soprattutto, il piano viene letteralmente lanciato come una palla da baseball da Washington nella campagna elettorale interna più difficile che Israele abbia mai conosciuto in 72 anni di storia (e all’inizio della campagna per le presidenziali di novembre negli Usa).

Il “battitore” designato sembra essere Netanyahu e la palla pare destinata a Gantz: in una giocata in cui “tutti vincerebbero”. Fuor di metafora: attorno al piano Trump – certamente nelle intenzioni del presidente americano – si dovrebbero ricomporre le lacerazioni politiche interne allo Stato ebraico ma anche quelle riflesse nella grande comunità israelita statunitense, tradizionalmente influente nell’opinione pubblica e nelle dinamiche elettorali.

In estrema sintesi: il piano Trump “offerto” a Gantz ha parvenza di un endorsement preventivo a un governo di coalizione a Gerusalemme, mentre il presidente guarda presumibilmente a un supporto largo della comunità ebraica Usa per la rielezione. Quest’ultima, tradizionalmente forte a Wall Street, lo è sempre di più anche sulle rotte tech fra la Silicon Valley e la “Tel Aviv Valley”.

Netanyahu e Gantz hanno già negoziato a lungo sull’ipotesi di “coalizione nazionale” dopo il secondo voto del 2019, ma non hanno trovato l’intesa sulla rotazione della leadership. Il premier – tuttora in carica ad interim – aveva posto come condizione di poter essere inizialmente confermato alla guida dell’esecutivo di coalizione per poter realizzare quanto ora si annuncia proposto dal piano Trump.

Netanyahu, peraltro, è finito nel frattempo sotto impeachement con accuse di corruzione, per le quali si è risolto a chiedere l’immunità. Questo non gli ha impedito di riottenere a larghissima maggioranza la nomination nelle recenti primarie del Likud. I sondaggi in Israele, in ogni caso, continuano a riferire di un sostanziale testa a testa fra i due contendenti “centrali” con una radicalizzazione dei settori estremi (quello nazional-religioso e quello laico-progressista) e il rafforzamento tendenziale della minoranza non ebraica dell’elettorato.

Nell’immediato, decisiva sembra comunque profilarsi l’adesione o meno di Gantz (ex Capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane) a un piano che guarda apertamente al postulato sionista della “sicurezza dello Stato di Israele”. Un punto fermo ribadito con forza ovunque in una fase in cui il contrasto all’antisemitismo è tornato questione di primo profilo.

Solo pochi giorni fa l’equazione “antisionismo/antisemitismo” è stata riaffermata anche a Roma dal presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni: “Attribuire allo Stato di Israele una serie di comportamenti di violenze o addirittura atteggiamenti nazisti nei confronti dei palestinesi non esprime una critica, ma una posizione di non accettazione di Israele”.

Di Segni ha parlato nelle stesse ore in cui la Lega ha organizzato in Parlamento un seminario sulla lotta all’antisemitismo, cui ha preso parte anche l’ambasciatore d’Israele a Roma, Eydar Dror. “Se sarò premier, promuoverò il riconoscimento di Gerusalemme come capitale” ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, che ha prospettato anche per l’Italia l’adozione del protocollo “International holocaust remembrance alliance” e della nuova legge austriaca che sanziona ogni iniziativa “BDS” di boicottaggio economico–finanziario a Israele.

Intervenendo alla manifestazione della Lega, Dore Gold – già ambasciatore israeliano all’Onu e direttore generale del ministero degli Esteri nell’amministrazione Netanyahu – ha espresso apprezzamento per la posizione dell’ex vicepremier italiano: “Quando qualcuno ci tende la mano è giusto collaborare e non ho dubbi sulla sincerità di Salvini”.

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