MEETING/ Il bello di tornarvi dopo anni e vedere qualcosa di completamente nuovo

- Paolo Vites

Tornare al Meeting dopo anni e vedere un sguardo diverso. A cominciare da quello dei volontari

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Nei padiglioni del Meeting di Rimini (LaPresse)

Il popolo del Meeting è tornato. No, non è vero, non se ne era mai andato, le presenze che fa da 40 anni la kermesse riminese se le sogna chiunque, però è vero che stando a chi ne sa, quest’anno si è registrato quasi un 10% di presenze in più rispetto alle ultime edizioni. La folla era davvero immensa sin dalla prima giornata, solitamente semideserta e così è stato fino all’ultimo. Lasciamo ai sociologi spiegare come mai. Per il sottoscritto, che tornava al Meeting dopo anni in veste di semplice visitatore, anche se ho fatto anche uno spettacolino la sera di lunedì alle Piscine Ovest, e non a lavorarci (no, non come volontario che non ho mai avuto il fisico e la generosità per farlo), l’impatto è stato davvero notevole. Mi sembrava di non esserci mai stato e non ho potuto non notare che in qualche modo era un Meeting diverso.

O più facilmente sono diverso io. Era più low-fi come si dice in gergo, solo apparentemente sottotono, forse perché mancava un presidente della Repubblica o del Consiglio a troneggiare imponente come in passato. Politici ce n’erano, ma non erano strombazzati o adulati come spesso accaduto. Sono venuti e hanno fatto il loro lavoro, chi voleva andava a sentirli. Nessuno, direi, sentiva particolare bisogno di un loro messaggio. Personalmente mi sono imbattuto nel governatore della Liguria che scendeva dal pulmino senza manco poliziotti attorno, abbronzato come chi torna dalla spiaggia; nel governatore della Campania che camminava senza alcuna security attorno e che noi abbiamo salutato al grido di “Crozza!”, al che lui ci ha simpaticamente sorriso e salutato pensando salutassimo il vero De Luca (che in effetti era lui, e non Crozza) e il sindaco di Milano che girava per gli stand della Fondazione per la Sussidiarietà. Io ero seduto a bere un drink al bar della Piazza dei Mestieri, i migliori del Meeting, e mi è passato accanto come un fantasmino.

Per la prima volta in frequentazioni decennali mi sono fermato a parlare con alcuni volontari. A Rimini in quei giorni c’erano circa 40 gradi, il sole picchiava come all’inferno. Loro, ragazzi e ragazze ventenni, infaticabili ai parcheggi. Qualcuno sui social ha scritto che per aiutare davvero la crisi del lavoro giovanile bisognerebbe pagarli. Non accetterebbero. Sono di un’altra razza. Ho chiesto a un ragazzo  di quante ore era il suo turno, sette e mezza mi ha risposto. Una ragazza cinque ore e mezza. Mostruoso, semplicemente mostruoso. O il loro cervello è stato sottoposto a una centrifuga o avevano un motivo davvero importante per sottoporsi a quell’immane fatica. Mi ha poi lasciato di stucco la loro gentilezza. Nessuno si dava delle arie come capita in situazioni analoghe. Anzi, ti ringraziavano loro per essere lì. Lasciamo anche qui la parola ai sociologi. Ma più di tutti mi ha colpito una ragazza, bellissima, di quelle che normalmente a Milano vedi solo negli happy hour hipster del centro. Raccoglieva la spazzatura in ginocchio in mezzo ai piedi della gente seduta ai tavolini con le mani. Neanche una scopetta, niente. Con le mani, capito? Altro che bimbiminkia.

Il Meeting come dice il nome è il luogo degli incontri, ovviamente. Le tecniche solitamente sono due. A: vagando da una mostra o da un incontro all’altro finisce che incontri sempre le stesse persone. B: siccome quasi sempre queste persone sono gente che non vorresti incontrare dato che le incontri già nella vita di tutti i giorni, la tecnica è cercare di evitarli. Io a un certo punto mi sono sentito chiamare per nome da qualcuno con un fortissimo accento marchigiano che sembrava quello di Nino Manfredi. Vedo un prete, vestito da prete ma niente di più, barba e capelli bianchi. Non lo riconosco. Lui mi stringe forte in un abbraccio e ride alla grande. Dal suo accento mi ricordo chi è: un sacerdote innamorato della canzone rock che anni fa al Meeting aveva portato una cantautrice americana, Terra Naomi. Mi aveva chiesto di intervistarla. Di lei entrambi abbiamo perso le tracce, ma noi siamo tutti e due ancora qui al Meeting e ridendo della grossa mi fa: “Ma sai che c’è? Sono diventato vescovo!” E ride ancora, come dire uno come me come fa a diventare vescovo. È il nuovo vescovo di Imola. Che storia la vita. Ti supera da ogni parte. O meglio. “che viaggio questa vita! Dipende totalmente da cose che non si vedono” come dice l’anchorman della tv americana nel video della mostra “Bolle, pionieri e la ragazza di Hong Kong”.

Poi ho visto mia figlia, quella più piccola, antagonista dei centri sociali. Ha deciso da sola di venire a vedere cos’è il Meeting (lo aveva visto a 5, 6 anni quando la portavamo noi ma ovviamente non ricordava cosa fosse, a parte le file alle casse per mangiare qualcosa). Ha deciso lei cosa andare a vedere e sentire (anche un incontro sul rapporto Stato-Chiesa!). Aveva il suo quadernino su cui prendeva appunti e annotava tutto. Dopo il concerto di musica irlandese la troviamo sudata e sorridente che ci viene incontro: “Ho pogato con i ciellini!”, Già, anche i ciellini pogano. Poi una sera la troviamo a un tavolino lontano seduta con un ragazzo. Era uno che aveva conosciuto su Facebook e che aveva dato a lei e a delle sue amiche un passaggio in macchina a Bologna per un concerto punk. Adesso è di Cl, ci dice. Si sono ritrovati qui. Che cosa fate di bello? “Mi sta spiegando che cosa è Cl”. Mia figlia tornerà ai centri sociali e io ne sono felice. Ma mi ha mostrato come si deve stare nella vita: aperti, con il cuore aperto. Che viaggio questa vita.

E veniamo al punto di queste banali righe, la mostra “Bolle, pionieri e la ragazza di Hong Kong”. A cura di Martina Saltamacchia, José Medina e Michele Averchi e realizzata da un numeroso manipolo di ciellini americani, è stata l’evento del Meeting. Per chi scrive la più bella di 40 anni di Meeting, e di mostre bellissime ce ne sono state tantissime. Il punto è che è una mostra “esperenziale”, non solo cognitiva come capita spesso. Certo, anche la mostra su Václav Havel (molto bella) è esperienziale, nel senso che racconta l’esperienza di un grande uomo, ma qua a raccontare siamo noi, io e te. La nostra esperienza quotidiana, di “solitude” e “loneliness”. Gli americani sono fortunati, hanno tanti modi per esprimere concetti diversi, per noi ad esempio la solitudine è una. Loro hanno la “loneliness” che è quella che conduce alla disperazione, e la “solitude” che conduce ad aprirsi al silenzio dentro di noi e quindi alla vita. “The cure for loneliness is solitude” si legge in un pannello, parole della scrittrice Marianne Moore. E poi il il genocidio di milioni di nativi e la schiavitù degli afro americani; “questo fu il nostro peccato originale”, dice lo scrittore Jim Walls, che “ha segnato il nostro sistema”. Tra filmati grandiosi delle notti nelle praterie americane e la conquista della Luna (“Magnifica desolazione” la chiamò l’astronauta Buzz Aldrin) all’11 settembre, il crollo della fiducia nella grande promessa americana. In cuffia, le voci di protagonisti, dagli schiavi a chi era davanti alle Torri Gemelle a vedere quelle centinaia di persone che si lanciavano giù coscienti di affrontare la morte più orribile. Il brusco risveglio nella disperazione. Le foto magnifiche degli homeless del fotografo Lee Jeffries, quei volti e quegli occhi che siamo noi e che fingiamo di non vedere, ormai indifferenti a tutto e a tutti, chiusi nelle nostre “bolle”. Alcuni non riescono a seguire tutta la mostra, sono feriti da queste storie vere, di vita vera, di sofferenza vera: “troppa realtà tutta insieme fa male” diceva Jack Nicholson in un bel film di alcuni ani fa.

Cosa resta dell’“esperimento americano?”, quella voglia di costruire un mondo nuovo, una vita nuova, quel “tutto è possibile”?  La mostra non dà una risposta, ed è questa l’altra grande caratteristica, apre a una domanda: “Forse forse (per due volte) le tenebre non possono scacciare la luce, solo la luce può farlo”. C’è una crepa in ogni cosa e da lì passa la luce, rivoli di vita a cui andare incontro a braccia aperte, fuori da ogni bolla egoista e narcisista che ci sta distruggendo. La storia di un membro di una gang criminale di Los Angeles, il suo incontro con qualcuno che lo accoglie: “In tutto quel terrore e impotenza un’anima viva si muoveva e rifiutava di morire. Davvero abbiamo svuotato oceani con un cucchiaio fatto in casa. E abbattuto montagne con le nostre mani. E se l’amore fosse a Hong Kong impareremo a nuotare” (James Baldwin).

Già. Per il vero, grande amore faremmo anche quello. Ma questo amore non è detto che sia così lontano, alla fiera di Rimini io l’ho visto nella ragazza che raccoglieva la spazzatura con le mani, nel mio amico diventato vescovo “a sua insaputa”. E anche in mia figlia. E i nuovi amici americani da cui spero di imparare a cercare la luce nelle tenebre che mi avvolgono. Mi sarò sbagliato, sarò io che questa volta avevo gli occhi spalancati invece che addormentati, ma credo di aver visto una nuova generazione e anche una nuova idea “di movimento”. 

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