MILANO/ L’assessore: il nuovo Pgt mette fine a 30 anni di “cultura del sospetto”

il Piano di Governo del Territorio fonda la sua carica innovativa su una riforma culturale, contrapponendo ad una urbanistica costruita su vincoli un’urbanistica della creatività

14.01.2010 - Carlo Masseroli
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Foto Imagoeconomica

Come già il “Libro Bianco” promosso dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi, così il Piano di Governo del Territorio fonda la sua carica innovativa su una riforma culturale, contrapponendo ad una urbanistica costruita su vincoli sempre contraddetti dalla realtà, una urbanistica che promuova la creatività e l’interesse di tutti noi. Per passare da uno sviluppo territoriale fondato sull’interesse economico privato sorvegliato dal vincolo pubblico, al bisogno delle singole persone. Per una rinnovata speranza, fiducia e corresponsabilità. Per una Milano che tutti possano scegliere e riconoscere come propria.

Non si tratta di opporre le case alte alle case basse. Non si tratta di opporre i comitati alla politica. Si tratta di rompere con tutto ciò che ha condotto nel corso dei decenni passati a disumanizzare la nostra metropoli. Il punto di vista dell’uomo è il solo punto di vista che valga per pensare la città. La città è fatta per l’uomo e non l’uomo per la città. La città è fatta per migliorare la qualità della vita e non per soffocare la vita. La città è fatta per rendere la vita più facile, non per renderla più difficile.

La domanda su cui saremo valutati non è se costruire o non costruire, se preferire il cemento al verde, ma se la nostra città funziona – se aiuta le famiglie a trovare un posto di lavoro e un reddito decente, se le attività economiche, sociali, creative e culturali possono svilupparsi dando beneficio per tutti.

Per quanto noi possiamo fare e dobbiamo fare, in ultima analisi è, infatti, la somma degli interessi e delle volontà dei singoli a determinare la forza e il futuro di questa città. Il ruolo del governo cittadino deve quindi essere sempre più quello di supportare e responsabilizzare nella vita quotidiana i singoli cittadini e le loro formazioni sociali, mai di vincolare e diffidare. La parola d’ordine è e deve essere libertà. Il valore di riferimento deve essere la centralità della persona ed il metodo basarsi sulla responsabilità di ciascuno.

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Non è banale e non è retorico: si tratta di una vera e propria riforma. Per la prima volta in questo paese si impone il passaggio da un piano territoriale normativo vincolistico fondato sul sospetto nell’intervento del singolo ad un nuovo approccio più aperto, creativo e fondato sulla fiducia.

Non c’è sviluppo se non si attuano contemporaneamente libertà individuale e responsabilità, se non si realizza quel movimento degli interessi, quella ricerca del vantaggio che sono elementi costitutivi di una società aperta, positiva, proiettata al futuro ed economicamente solida.

 

Il consiglio comunale oggi e la città tutta nei prossimi mesi si apprestano a prendere decisioni importanti sul futuro della nostra Milano. Il dibattito per correggere e condividere questa proposta innovativa sarà ancora ampio e intenso. Ma non bisogna perdere tempo.

Ci sarà sempre chi dirà: “Aspettiamo. Studiamo meglio. Approfondiamo finché tutto non sarà perfetto, utile per tutti, da tutti condiviso, a tempo e a costo zero”. Ma noi tutti sappiamo che la storia di Milano dimostra che questa è la ricetta per un sicuro fallimento.

La metropoli invivibile non è una fatalità, non è un destino inevitabile. Noi insieme lo proveremo, noi insieme cercheremo di costruire la Milano del terzo millennio. Non la città ideale perché non esiste, ma la città che ciascuno sceglierà come propria. È una questione di libertà. È una questione di fiducia. È una questione di responsabilità.

 

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