MILANO/ Una notte tra le ragnatele della galleria d’acciaio

2 ottobre, festa degli Angeli custodi. MARINA CORRADI racconta la sua Stazione centrale di Milano. L’articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

07.10.2010 - Marina Corradi
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L’articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

Milano, 2 ottobre – festa degli Angeli custodi – sera. La piazza della Stazione Centrale è soffusa da una luce verdina che si riflette sul marmo chiaro dei marciapiedi. Lei, la Centrale – Elefantessa, la chiamò Testori – se ne sta possente, sdraiata con la sua mole, in fondo. Bianca nella luce dei lampioni, sembra un cancello – un limite: fin qui è Milano, e non oltre.

Sul piazzale, seduti sui muretti, stranieri, e ragazzi che sembrano non aspettare niente. Un chiosco spaccia birra e panini lividi. Ragazze troppo truccate ancheggiano annoiate. Sembriamo tutti, in questa luce algida, marziani oziosi in una stazione spaziale alla periferia delle galassie.

Dentro, sotto alle volte delle gallerie, le scale larghe e vuote, e un orologio luminescente, azzurrino, che spalanca larghe le lancette – braccia impotenti allo scorrere del tempo. I binari: i marciapiedi lisci di milioni di passi si allungano come moli verso il labirinto di binari lucenti. Attoniti tondi fari di un locomotore in partenza ti fissano. Destinazione? Non c’è scritto ancora. So soltanto che parto, dice disciplinato il treno al binario 17.

Approda lento, cauto, un treno da Venezia, come guardingo in un porto straniero (che sia un faro in realtà, in piazza, il grattacielo Pirelli, sottile e illuminato, luce per i naviganti nella grande pianura?). Incombono su di noi le ragnatele di acciaio della galleria, Eiffel orizzontale, sogno d’onnipotenza d’alba di Novecento: quando si era certi che la tecnica, la meccanica, la potenza del vapore ci sarebbero venuti a salvare.

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Alzi gli occhi: angeli? Sotto alla cattedrale d’acciaio della Centrale gli uomini si muovono ancora come un tempo; stanchi sotto al peso di fardelli troppo grossi da portare, ansiosi alla ricerca di facce da riabbracciare, poveri su Nike tarocche, consunte da un inutile camminare. Gli ultimi treni arrivano e spengono i fari, indifferenti come chiudessero gli occhi nel sonno. Che cosa importa, a loro? Hanno un binario, e sanno bene dove andare.

Fuori, i ragazzi che non aspettano niente scendono nel metrò verso periferie inquiete, e i clochard cominciano a stendere negli angoli gli stracci per la notte. Una donna con una valigia grossa in una mano e un bambino, scesa da un treno, si avvia verso la città, e nessuno la aspetta. Quei due soli nella luce fredda della piazza, così grande e straniera.

Stazione Centrale di Milano, pianeta Terra, sistema solare, la notte del 2 ottobre. Come un vuoto che grava, qualcosa che è venuto a mancare. Angeli? Scrisse Montale: «Se nessuno li vede/ è perché occorrono altri occhi». Qualcosa allora sfugge a noi, e alle mille occhiute telecamere che spiano le nostre strade? Comunque, nessun angelo avvistato questa sera, nel cielo sopra Milano.

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