MILANO NASCOSTA/ Quando c’erano le lucciole ai Cassin Baess…

- Laura Cioni

C’è un angolo di Milano, tra la via Oldofredi e la via Abbadesse che i restauri effettuati a partire dal 1984 hanno quasi del tutto cancellato: le Cascine Abbadesse. Ce ne parla LAURA CIONI

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Via Abbadesse a Milano

C’è un angolo di Milano, tra la via Oldofredi e la via Abbadesse che i restauri effettuati a partire dal 1984 hanno quasi del tutto cancellato. Oggi le antiche Cascine Abbadesse sono eleganti palazzine residenziali, uffici a ridosso dalla sede della Regione Lombardia, ristoranti etnici. Resta una piccola chiesa a testimoniare un passato più antico.

La storia dei Cassin Baess, così la chiamano ancora i vecchi milanesi, affonda nel cuore del passato: ai tempi di Roma la località era un nodo stradale che univa Milano con l’Europa centrale attraverso Como; in epoca barbarica il sito fu abbandonato, ma dopo il mille rinasce, disseminato di campi e vigneti, solcato da ruscelli; è l’epoca dei Comuni e Milano rifiorisce. Il primo documento che lo riguarda risale all’XI secolo e certifica la proprietà del territorio da parte di vari istituti ecclesiastici e di alcune famiglie di Greco. In mezzo a questi possedimenti appare l’insediamento di un antico monastero di monache Abbadesse, con le cascine più antiche della zona, tra le quali la Cassina di Pomm, la Mirabella, la Maggiolina. E’ del 1369 il primo disegno delle Cascine Abbadesse: una abitazione per gli uomini, la stalla, porticati, corti, forno  e pozzo; attorno orti, vigna, campagna, prato e due fossi,  provenienti dalle risorgive e dal naviglio della Martesana.

In un documento del 1667 le Cascine Abbadesse vengono aggregate alla parrocchia di San Bartolomeo. Nel secolo successivo l’azienda agricola vede un periodo di prosperità, tanto che l’Atlante Geografico di Magnini le assegna un posto di rilievo accanto ai borghi di Greco, Bicocca, Lambrate e Crescenzago. A quel tempo la sua storia è legata a quella delle Compagnie della Croce, sorte in ambito controriformistico, i cui membri erano soliti erigere colonne con croci lungo le strade più frequentate e celebrarvi cerimonie religiose. Nel 1679 alla croce delle Abbadesse si affiancò una modesta cappella, dedicata a san Vitale e a san Carlo Borromeo, che nel 1720 venne completata con la canonica. La Compagnia della Croce si prese cura della cappella fino al 1782, quando la politica antireligiosa della Repubblica cisalpina impedì ogni sorta di culto pubblico, non senza la fiera resistenza degli abitanti delle Abbadesse. Nel 1788 il territorio passa alla parrocchia di Santa Maria alla Fontana, del 1897 è la relazione della visita pastorale del cardinal Ferrari, nel 1932 il quartiere viene aggregato alla parrocchia di sant’Agostino, retta dai Salesiani, che ancora oggi celebrano la Messa festiva nella piccola cappella diventata monumento nazionale.

All’inizio del Novecento alle Cascine Abbadesse vivevano circa settecento persone, distribuite in cinque o sei porte, in case di ringhiera separate da corti. I cancelli erano coperti da vitigni di uva fragola e introducevano alle varie attività che si svolgevano nei cortili. Oltre all’ortolano e all’osteria, c’era il carbonaio, con un grande capannone dove spaccava la legna, il parrucchiere, lo stagnino e soprattutto tre famiglie di lavandai, che ritiravano la biancheria degli alberghi con il carretto e poi la riportavano pulita, dopo averla lavata in grandi tinozze e stesa sui prati ad asciugare. E poi i ladruncoli di galline e, come si diceva, di pan dei mèi e le ragazze che facevano la vita, anche coi gerarchi: una di loro si uccise, un’altra ebbe la ventura di incontrare suo fratello marinaio in una casa di piacere. La teppa vera era però nel quartiere accanto, alla Magna.

Le famiglie erano numerose, con quattro o cinque figli in media e si chiamavano Zanotti, Bardelli, Crespi, Luraschi, Giani, tutti cognomi di area milanese. I bambini, attraverso un cavalcavia di ferro, andavano alle scuole elementari di via Sondrio, la più bella di Milano secondo i vecchi milanesi, bombardata nel 1942 dagli Inglesi. Per le vie passavano lo zoccolaio, il carro col ghiaccio, il venditore ambulante di lisciva, soda e candeggina. Le Abbadesse erano vicine alla ferrovia; il treno rallentava al casello per lasciar scendere i viaggiatori fuori della fermata e il ferroviere salutava i suoi parenti. Alla domenica di mattina c’era la Messa, di pomeriggio la dottrina, ma anche la tombola delle donne e l’organetto in piazza che guidava i balli e il gioco della corda.

In primavera venivano le pecore a brucare l’erba e ogni mattina passavano i Bersaglieri della caserma di via Suzzani, suonando la fanfara. Le feste annuali si svolgevano in gennaio col falò di sant’Antonio e a Ferragosto. All’oratorio di domenica si faceva il teatro; è ancora vivo negli anziani abitanti delle Abbadesse, che ora vivono poco lontano, il ricordo di don Battelli, il salesiano che durante i bombardamenti scendeva nei rifugi a portare conforto, aiuto e preghiera.

(Un ringraziamento speciale alla signora Angelina, alla signora Dolores, alla signora Eugenia che hanno raccontato la storia della loro giovinezza)

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