WELFARE/ Chi l’ha detto che il Terzo settore ha solo bisogno di soldi?

- int. Gilberto Sbaraini

Questa sera il sindaco di Milano, Letizia Moratti, parteciperà a un confronto politico particolare. Le domande non verteranno sugli equilibri nazionali, ma nasceranno dalle opere sociali 

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Foto Imagoeconomica

Questa sera il sindaco di Milano, Letizia Moratti, parteciperà a un confronto politico molto diverso da quelli che si stanno svolgendo in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Non si terrà infatti in uno studio televisivo, ma nella palestra di un’opera sociale, La Strada, che lavora da anni nel quartiere Corvetto. Le domande a cui dovrà rispondere non riguarderanno gli equilibri nazionali, ma le esperienze concrete di welfare presenti in città. Come può il governo della città sostenere chi opera e risponde ai bisogni delle persone? Questo il tema dell’iniziativa promossa da Cdo Milano che permetterà al Sindaco e agli assessori Carlo Masseroli e Mariolina Moioli di ascoltare e confrontarsi con le storie delle imprese sociali attive sul territorio milanese.
 
«Serve uno spazio di libertà – dice a IlSussidiario.net il presidente della cooperativa La Strada, Gilberto Sbaraini – che permetta alle opere di continuare a vivere. Tenere aperti i centri di accoglienza, rispondere alle emergenze e ai bisogni è infatti una fatica che ha bisogno di un sostegno, non solo da un punto di vista economico, come erroneamente si crede. È necessario anche fare il possibile per semplificare la vita di queste realtà eliminando quegli ostacoli che non permettono loro di andare incontro ai bisogni sempre maggiori che si incontrano. È il desiderio la vera molla da cui tutte queste realtà sono nate, non certo i bandi, i fondi e le pianificazioni più illuminate. Le opere nascono magari per la generosità di qualche benefattore, o perché semplicemente qualcuno decide di rinunciare a un certo tipo di stipendio e fa l’operatore sociale».

È questo il caso de La Strada e del lavoro dello stesso Sbaraini. «Ho iniziato quest’opera perché, educato dalla famiglia e dagli amici, avevo un desiderio di bene e a 24 anni ho scelto di non fare il geometra, ma di lavorare in una comunità e poi di aprirne una in Brianza. L’ho fatto perché c’era questa motivazione che ancora oggi va tenuta viva. Per questo sono convinto che l’importante sia lasciare lo spazio affinché queste cose accadano». Ma quale può essere il contributo e l’attenzione delle istituzioni? «Il Comune di Milano, ad esempio, è l’unico in Italia ad aver deciso di donare i beni confiscati alla mafia, alle cooperative sociali e alle associazioni. Per molte piccole organizzazioni è stata la possibilità concreta di una sede a costo zero».

Sulla semplificazione delle procedure e sulla burocrazia forse però c’è da migliorare ancora. «Spesso le gare d’appalto rischiano di trasformarsi in una corsa al ribasso, in cui vince chi propone un costo minore, al di là di come lavora. In questo modo non si valorizzano quelle realtà che negli anni si sono radicate all’interno del proprio quartiere e sono ormai diventate un punto di riferimento per i cittadini. Servirebbero meccanismi di premialità che aiutino a distinguere chi lavora sul territorio dai professionisti dei bandi che girano da un posto all’altro e che, senza un finanziamento pubblico, non esisterebbero. D’altra parte siamo assolutamente convinti che il pubblico debba fare una valutazione seria e approfondita sulla qualità del lavoro svolto dal Terzo settore. Che sia però una valutazione vera, che sappia andare al di là della forma e che aiuti questi soggetti a migliorare sempre di più. Se il controllo si limita a verificare che i limoni siano avvolti dalla carta stagnola nel frigorifero o che la tintura lavabile sia della giusta altezza non si va lontano, mentre sarebbe molto più utile che le visite ispettive si concentrassero sul tentativo di risposta che le associazioni provano a dare ai bisogni». Insomma, una sfida che pubblico e no profit devono affrontare assieme, lasciando che la collaborazione prenda il posto della burocrazia. Un compito difficile su cui occorre continuare a confrontarsi, anche se lontani dalle telecamere, in una palestra di quartiere.

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