ELEZIONI/ Perini (Fiera): così Milano può tornare la città del fare

- int. Michele Perini

Valorizzare le opere culturali, il territorio e accogliere nel modo adeguato chi sceglie di vivere o semplicemente di visitare Milano. Con MICHELE PERINI scopriamo le risorse della città

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Il Museo del Castello Sforzesco (Imagoeconomica)

«Milano città aperta, città del lavoro, città del fare», questi in sintesi i tratti indelebili della tradizione ambrosiana secondo Michele Perini, presidente di Fiera Milano intervistato da IlSussidiario.net sulle imminenti elezioni amministrative a partire dagli spunti del volantino della Compagnia delle Opere, “Costruire luoghi di vita”.

Come si può tenere viva questa tradizione?

«Bisogna  divulgare attraverso i media la cultura del fare, del rischio, del senso di responsabilità che sono gli elementi che costituiscono il Deuteronomio della nascita dell’impresa. Tenere sempre a mente che nulla è scontato, che occorre rimettersi in gioco ogni giorno, che nella propria vita i risultati raggiunti sono solo il punto di partenza per risultati ancora più grandi. Questi  elementi fanno parte del dna della business community, ma anche dei lavoratori, le persone che creano ricchezza. Senza tutto questo diventa difficile creare una solida struttura».

Tra le realtà che tengono vivo il territorio c’è ovviamente anche Fiera Milano. Cosa si aspetta il centro espositivo dal rapporto con il futuro sindaco di Milano?

«Fiera Milano ha attraversato un periodo di profonda ristrutturazione. L’azienda non è più un ente, ma una società quotata in Borsa che risponde a principi economici di economia privata. Nonostante ciò, non può credere di non essere un soggetto che ha anche il compito di promuovere l’imprenditoria e le imprese, soprattutto quelle italiane che hanno più difficoltà nel processo di internazionalizzazione. Dal sindaco e dalla città di Milano ci aspettiamo una maggiore apertura nei confronti dei visitatori, degli espositori, dei loro clienti e di tutte le persone che gravitano attorno alla Fiera».

In che modo?

«Le faccio un esempio: una persona che viene a Milano a visitare una fiera dovrebbe poter ricevere una lettera di benvenuto da parte del sindaco e da parte del presidente della Fiera. Dovrebbe avere in allegato tutte le attività che la città è in grado di offrire in quel momento, dalla Scala, al Museo del Novecento, a quello della Scienza e Tecnologia, al Museo del Castello, al Poldi Pezzoli. Poi tutti i percorsi di eccellenza culinaria, avendo anche la possibilità di raggiungere i territori circostanti, dirigendosi ad esempio verso i nostri meravigliosi laghi. La gente viene a Milano perché si aspetta una fiera professionalmente valida. Se poi c’è la possibilità di ritagliarsi del tempo libero, diventa un’occasione per lo sviluppo della città».

Nel volantino della Cdo si afferma anche che i governi delle città rischiano di rinchiudersi in un continuo ricercare regole da imporre alla società senza più essere in grado di sostenere le ricchezze della identità del popolo: generosità, operosità, creatività e capacità di innovare. Cosa ne pensa?

«È un’affermazione molto forte. Nel governo del territorio, l’inserimento di regole a volte anche stringenti che condizionano la vita dei cittadini sono date dal fatto che qualcuno in passato ha voluto fare il furbo. Il problema è che poi pagano tutti. Prendiamo il caso della crisi economica: il mondo intero ha pagato la furbizia di pochi e sta tuttora attraversando uno dei momenti più delicati della propria storia economica. Fortunatamente ci sono tantissime persone per bene che lavorano e creano ricchezza».

Ma le regole oggi sono secondo lei pensate come se fossimo tutti dei “furbi”? Partono in pratica da un’antropologia negativa?
«Certamente quelle presenti puniscono maggiormente chi lo merita, ma creano anche dei vincoli per tutti gli altri. Un esempio? Le regole che sono state imposte alle società quotate, quegli infiniti controlli che producono costi a mio avviso inutili da sostenere».

Tornando al caso Milano, come si può andare incontro alle persone che vengono a lavorare e a vivere in città?

«Le opportunità di lavoro ci devono essere e Milano le ha sempre offerte. Il lavoro lo si deve creare o valorizzare nel rispetto delle regole. Io sono fortemente contrarioinfatti a chi, anche se in buona fede, fa lavorare le persone in nero. Questo crea solo malessere, illegalità e una distorsione del mercato. Pensi a un ragazzo che esce dall’università e va a lavorare in un’azienda dove magari viene pagato in nero. Nella sua testa resterà l’idea che esistono due diversi mercati: quello legale e quello illegale. E nel secondo tutto sommato si guadagna di più. Una diseducazione molto forte. L’educazione al lavoro deve portare invece alla valorizzazione della risorsa umana, nel rispetto delle regole e degli aspetti legislativi che regolano e disciplinano il lavoro».Da ultimo, che tipo di interventi infrastrutturali sono necessari per migliorare la viabilità e di conseguenza l’economia della città?

«A questo proposito Milano ha bisogno di un forte cambiamento. Non condivido, per esempio, la politica di viabilità che è stata perseguita e che ha portato al restringimento delle strade. Non credo che questo giovi al benessere. Si sono creati cordoli e passaggi per restringere le carreggiate, come se il tema delle auto fosse risolvibile solo castigando chi le utilizza. Bisogna trasmettere, invece, le motivazioni per utilizzare il mezzo pubblico facendo investimenti come in parte sono stati fatti, senza però restringere i “boulevard” come se fossero le piccole vie di un villaggio svizzero».



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