LA STORIA/ Ildefonso Schuster, il “monaco combattente” che fece grande Milano

- Laura Cioni

Per il cardinale Schuster, monaco benedettino, non fu facile l’impatto con Milano. Ma egli, spiega LAURA CIONI, non tralasciò mai la Regola e il suo richiamo a nulla anteporre a Cristo

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Il cardinale Schuster

Chi entra nel Duomo di Milano dalla porta meridionale e percorre il breve tratto che va dal transetto alla navata si imbatte in un altare laterale in cui è raffigurata la Vergine in atto di donare il Bambino a un fedele. Sotto, una scritta: “Sic adsis Maria”, sii presente così, o Maria.
E’ l’altare sotto il quale riposano le spoglie del beato Alfredo Ildefonso Schuster, arcivescovo e cardinale di Milano dal 1929 al 1954.
La lungimiranza di Pio XI volle a capo dell’importante diocesi ambrosiana un uomo nato a Roma nel 1880 da genitori tedeschi, dotato negli studi, monaco benedettino, ordinato sacerdote nel 1904, eletto abate di San Paolo fuori le mura dal 1918. Già in questi tempi fece parte di una lega internazionale di amici di Israele, contro l’antisemitismo e il razzismo.
Il governo della diocesi fu inizialmente faticoso per una spiritualità monastica come quella di Schuster: invece del silenzio del chiostro egli si trovò nel folto dei mille problemi pratici di pastorale e di organizzazione. Ma egli non tralasciò mai la Regola benedettina e il suo richiamo a nulla anteporre a Cristo. Sulla scia di Ambrogio e di Carlo si assunse il peso di un territorio vasto, che conobbe anche attraverso ben cinque visite pastorali.
Come molta parte degli uomini di Chiesa e non solo anch’egli sperava che il Concordato fosse un atto positivo per l’Italia, che la guerra d’Etiopia fosse l’occasione per annunciare il Vangelo, ma la pubblicazione delle leggi razziali del 1938 lo convinsero di essersi illuso. In una omelia in Duomo denunciò apertamente l’ideologia nazista. E da allora fu considerato un traditore e un antifascista.
Quando cadde la Repubblica Sociale Italiana propose una tregua a Mussolini e ai rappresentanti della Resistenza in un incontro in Arcivescovado, nel tentativo di evitare un bagno di sangue.  Propose anche al Duce di nascondersi presso di lui, per poi consegnarsi agli Alleati. Mussolini rifiutò. Il 29 aprile 1943, quando il suo corpo, insieme a quello di Claretta Petacci e degli altri gerarchi, fu appeso a testa in giù in piazzale Loreto, Schuster vi si recò a benedire le salme.

Lo stesso fece un anno dopo nel medesimo luogo per i corpi di quattordici partigiani trucidati dai tedeschi. Quello stesso anno salvò la vita di Indro Montanelli, rinchiuso a San Vittore e condannato a morte per aver partecipato alla Resistenza, riuscendo a ottenere la sospensione dell’esecuzione.
Se per san Benedetto chi si appresta a entrare nella vita monastica deve prepararsi alla lotta – militaturus – dice la Regola, pronto a combattere, non c’è dubbio, anche da questi pochi cenni biografici, che il cardinale Schuster sia stato un monaco combattente anche nella sua funzione di pastore. La sua vita è intrecciata alle vicende di Milano in anni molto difficili e il popolo lo ripagò con un attaccamento spontaneo e una grande devozione per la sua vita di preghiera, per il suo fisico apparentemente debole, per la sua dedizione ai più poveri.
Negli anni del dopoguerra si ritirò nel Seminario di Venegono, che aveva fatto ristrutturare fin dal 1935. Lì si spense il 30 agosto 1954. Nel 1957 il cardinale Montini aprì il processo di beatificazione, che si concluse nel 1963. Quando nel 1985 venne aperta la sua tomba, il corpo di Alfredo Ildefonso Schuster venne ritrovato intatto. Figlio di san Benedetto, successore dei santi Ambrogio e Carlo, fu beatificato da Giovanni Paolo II nel 1996.



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