HADJADJ/ Noi saremmo capaci di far compagnia a “Job”?

L’opera teatrale dello scrittore e filosofo francese Fabrice Hadjadj, “Job o la tortura degli amici” sarà presentata al Teatro Parenti dal 17 al 22 gennaio. La recensione

12.01.2012 - La Redazione
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Lo spettacolo "Job, o la tortura degli amici"

Arriva a Milano, dopo essere stata presentata lo scorso agosto al Meeting di Rimini, la pièce teatrale dello scrittore e filosofo francese Fabrice Hadjadj “Job o la tortura degli amici”. Sarà infatti presentata dal prossimo 17 gennaio al 22 al Teatro Franco Parenti. Una rappresentazione teatrale forte, per molti aspetti cruda e potente, ma non priva di garbata ironia e di illuminanti trovate. Una rappresentazione, soprattutto, drammatica, ma piena di speranza, dell’uomo del Terzo millennio colto in tutti gli aspetti che ne descrivono la profonda solitudine, le crisi, le tentazioni, finanche la brillante trovata del demonio che si interessa a Facebook (“Avresti già migliaia di ‘mi piace’ sotto al tuo profilo” suggerisce al protagonista). Hadjadj ha definito la sua opera “una tragedia cristiana”, ed è proprio così.

Non c’è alcun pietismo o sentimentalismo nel ritratto dell’uomo solo e abbandonato sul suo letto di malattia tanto che anche il personaggio del sacerdote confessore non fa una gran bella figura. Così come la tentazione – e la bestemmia –  sono sempre presenti in questo Giobbe moderno: quella di maledire e abbandonare quel Dio che sembra accanirsi su di lui. E’ un grido, incontenibile, quelo che arriva agli spettatori, il grido dell’uomo che si interroga, senza barare, senza fingere, mai. In questo modo, questo Giobbe, o “Job”, ci appare incredibilmente realistico, quasi se nella sua lotta stesse descrivendo noi stessi. O meglio, quei “noi stessi” che il più delle volte non riusciamo a essere, nascosti e confusi nel nostro accontentarci quotidiano. Ecco, se questa opera ha un merito, fra i tanti, è quello di non lasciare tranquilli. Ispirandosi alla figura biblica del Giobbe dell’antichità, anche il Job dello scrittore francese è stato perseguitato da ogni sfortuna, fino alla morte dei due figli nell’incendio di una discoteca (raggelante quando, dagli altoparlanti, si sente la musica della canzoncina che i giovani stavano ballando in quel momento) passando attraverso il tradimento della moglie, il fallimento dell’azienda e poi le terribili malattie che si accaniscono contro il suo corpo.

Ma non è ancora abbastanza. Il demonio infatti chiede a Dio un’ultima possibilità di portare a sé questo uomo che nonostante tutto continua ad avere fiducia proprio in Dio. E l’ultima tentazione è davvero dura: incontrare gli amici e anche la ex moglie. Proprio lei, in quello che denuncia essere il dolore immenso per il suo tradimento e allo stesso tempo il dolore per le condizioni dell’ex marito, suggerisce il gesto più estremo, offrendogli come unica scappatoia quella dell’eutanasia. Ma non solo: sul palco, nella camera d’ospedale, sfilano uno dopo l’altro l’amico positivista, un po’ zen e un po’ consumatore di cibi sanamente biologici; il fratello incattivito dalla vita, che invita cordialmente all’odio per tutti e per tutto; la ex moglie; il prete confessore. E ancora: la giovane che offre sesso per dimenticare, il fondamentalista che vede la sofferenza come punizione del proprio male. 

Tutti con un sacco di propositi per lui, tranne uno: “Non potresti soltanto stare qui”? chiede Giobbe. Ecco, il punto centrale: prendi la mia mano e non dirmi altro. Solo, fammi compagnia. Nessuno, neanche il padre confessore, è in grado di accettare la sfida. Rimasto solo, Giobbe si lascia andare a un monologo finale nel quale appare non più lo scandalo della sua condizione, ma la constatazione gioiosa del Mistero che lo fa, nonostante tutto e proprio per via del tutto. Come ha detto lo stesso autore commentando questa rappresentazione, “il cristianesimo non è una specie di stoicismo, non è l’accettazione di una Provvidenza dal volto generico, sulla quale in fondo non c’è nulla da dire. Non è un atto di rassegnazione davanti alla Provvidenza. Dio vuole collaboratori, non schiavi”. E anche Dio soffre, proprio come l’uomo. Per questo, dice ancora Hadjadj, l’unica strada è la preghiera, riconoscersi mendicanti per giungere a questo incontro definitivo.

Con la regia di Andrea Maria Carabelli, “Job, o la tortura degli amici” approda dunque a Milano. Una regia essenziale dominata dal letto del protagonista e da poche luci intelligenti che sottolineano ogni dialogo. Carabelli è anche il brillante interprete dei vari “amici” che torturano Giobbe, che viene invece rappresentato dall’ottimo Roberto Trifirò. Insieme a loro la cantante lirica Dina Perekodko. A portare lo spettacolo a Milano, il CMC (Centro Culturale Milano), con la collaborazione del Teatro de Gli Incamminati e dello stesso Teatro Franco Parenti. Lo spettacolo verrà infatti presentato dal 17 al 22 gennaio presso il Teatro Franco Parenti di via Pier Lombardo 14. Nelle giornate di martedì, giovedì e venerdì alle ore 18 e 30; mercoledì e sabato alle ore 21 e 15; domenica alle ore 15. Per informazioni sui biglietti e le offerte speciali ad esempio per gruppi di minimo otto o dieci persone, telefonare al numero 02/5999.5203. Per i soci del Centro Culturale di Milano è previsto un biglietto convenzionato al prezzo di 15 euro. Per ogni altra informazione,  sito teatrofrancoparenti.it.

(Paolo Vites)


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