PIANO DI ZONA/ Forte (Pdl): l’opposizione a Pisapia è l'”officina” del nuovo welfare

- Matteo Forte

Famiglia, carceri e minori al centro dell’attenzione. E presto comune, regione, Inps e ministero delle Politiche sociali intorno a un tavolo per pianificare il futuro. MATTEO FORTE

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(Infophoto)

La contrarietà all’impostazione di fondo del Piano del Welfare di Majorino non ha impedito di ragionare su alcuni significativi miglioramenti. L’idea del welfare come di una questione di soli diritti è sbagliata. Preferisco parlare di un mix di diritti e doveri. L’accento sui soli diritti porta ad un aumento della spesa corrente, come dimostrano i 200 milioni in più dell’ultimo bilancio. Mossa da questa convinzione, l’opposizione ha apportato contributi significativi in materia di famiglia, minori, carceri e razionalizzazione della spesa sociale, con emendamenti di cui sono stato il primo firmatario.

Per quanto riguarda la famiglia abbiamo impegnato il Comune a creare un gruppo di lavoro che sperimenti l’applicazione del Fattore Famiglia nell’accesso ai servizi, in modo da tenere maggiormente in conto il numero dei componenti il nucleo e i compiti di cura svolti al suo interno. Inoltre abbiamo recuperato i soldi stanziati dalla Regione per il servizio di Informafamiglia, tagliato da questa Giunta: i 174mila euro rimanenti li abbiamo impegnati per progetti che mirino a prevenire e risolvere i conflitti fra genitori, in modo da evitare che i minori siano coinvolti in procedimenti davanti ai giudici e la separazione e il divorzio diventino causa di nuova povertà. Per quanto riguarda gli asili, la Giunta dovrà modificare gli avvisi e i moduli di iscrizione, specificando che il genitore non convivente che tuttavia ha riconosciuto il figlio dovrà essere conteggiato nell’ISEE; questo impedirà discriminazioni nelle liste d’attesa, perché permetterà di valutare meglio le reali situazioni di bisogno.

Poi abbiamo impegnato l’amministrazione ad istituire un Osservatorio sui minori che coinvolga l’associazionismo familiare, mentre in materia di carceri abbiamo recepito un Protocollo d’intesa siglato il 20 giugno scorso dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e Associazione nazionale comuni italiani (Anci). In sostanza: il Comune dovrà promuovere un Accordo quadro con Asl, Camera di Commercio e le eventuali associazioni di categoria interessate per individuare o progettare percorsi lavorativi che possano recuperare alla società la popolazione detenuta. Abbiamo a Milano l’esempio di Bollate, dove il lavoro dimezza la recidiva: se quella nazionale s’aggira intorno al 60%, lì la media è del 30%. Non solo, ma in presenza di una progettualità adeguata e credibile il Dap si impegnerà a sollecitare la Magistratura di sorveglianza a comminare pene alternative al carcere. Ciò ha una duplice finalità: rispondere al problema del sovraffollamento delle carceri e, se si considera che il mantenimento giornaliero di un detenuto è di 132 euro, diminuire i costi del sistema penitenziario.

Infine, per rimanere in tema di spese, abbiamo impegnato il  Comune a mettere Regione, ministero delle Politiche sociali e Inps intorno ad un tavolo. L’obiettivo è quello di conoscere nel dettaglio le rispettive azioni sulla città e le relative risorse, in modo da pensare in sinergia una razionalizzazione delle spese per il sociale, evitare la duplicazione di erogazioni e il sovrapporsi di stanziamenti. Se si pensa che il 57% delle risorse procapite per il welfare cittadino proviene da istituti previdenziali e assistenziali (assegni e pensioni sociali, accompagnamento, invalidità, ecc.) e agli enti locali rimangono le briciole da litigarsi, forse in tempi di crisi è arrivato il momento di fare massa critica di quanto è a disposizione di tutti. Se ci fosse un’unica regia in grado di omogeneizzare i criteri d’accesso alle risorse, integrare le differenti prestazioni e garantire una flessibilità (per cui il finanziamento non è perpetuo, ma mirato a sostenere la persona nel solo momento del bisogno), si impiegherebbe molto meglio il denaro di tutti i contribuenti. Il vero tema, infatti, non è la quantità delle erogazioni complessive quanto la qualità. E alcuni studi mostrano che se i territori fossero responsabilizzati in questo – e i contributi versati in una determinata area fossero spesi nella stessa – risolveremmo in pochi decenni l’annoso problema del debito pubblico. Senza l’aggiunta di patrimoniali e senza gravare ulteriormente sulle tasche dei cittadini. 

Si capisce bene, allora, come dalla necessità di ripensare un nuovo modello di welfare dipenda il futuro di un’intera comunità civile. E l’attenzione alla spesa non coincide per forza con una minore sensibilità per il sociale. Dagli emendamenti dell’opposizione è partita la sfida alla Giunta di Pisapia: minori risorse pubbliche, ma maggiore attenzione alle reali esigenze dei cittadini.

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