LA STORIA/ Quando a trainare un’azienda sono disabili ed ex carcerati

- La Redazione

Per ALBERTO RACANATI, “la mia cooperativa è il segno di come spesso le imprese private si impegnino per rispondere a problematiche sociali, e il pubblico non venga loro incontro”

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Foto Infophoto

Si chiama Team Project Lombardia ed è una cooperativa sociale di Buccinasco che impiega quasi la metà dei dipendenti scegliendolo tra il personale svantaggiato, per un totale di 60 lavoratori tra disabili fisici, psichici, carcerati ed ex carcerati. La società, attiva soprattutto nell’assemblaggio per conto terzi, è guidata da Alberto Racanati. Team Project Lombardia ha assunto la sua attuale denominazione dal 2006, anno in cui è subentrata alla Cooperativa Sociale dell’Olivo. Come racconta Racanati, “la mia cooperativa è il segno di come spesso le imprese private si impegnino per rispondere a problematiche sociali come la disabilità, e l’amministrazione pubblica non venga loro incontro come sarebbe necessario. Per i disabile avere un’occupazione è fondamentale, perché offre loro l’opportunità di sentirsi utili. Il loro attaccamento al lavoro lo documenta quotidianamente”.

Di che cosa si occupa la vostra impresa e quali sono i settori in cui opera?

La nostra è una cooperativa sociale, che utilizza più del 30% di personale svantaggiato. Prevalentemente svolgiamo attività di assemblaggio per conto terzi, che integriamo con attività nel campo dei servizi alle aziende come pulizie, verde, attività di derattizzazione.

Quali tipologie di personale svantaggiato impiegate nella cooperativa?

Principalmente sono malati psichici, ma anche alcuni disabili fisici e diversi carcerati ed ex carcerati. Ciascuno di essi proviene da una storia molto disagiata. Questo fa sì che di solito si debbano portare dietro il pregiudizio e l’etichetta nella ricerca di un’occupazione, mentre nella nostra cooperativa sociale il loro passato non ha nessun peso. Per noi un carcerato è una persona normale che si sta giocando un’altra possibilità per reinserirsi nel mondo del lavoro.

Come fate a gestire, dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, un personale con queste caratteristiche?

Ciascuna lavorazione ha un suo responsabile, e nella maggior parte delle nostre attività il responsabile è un ex carcerato. Gli ex detenuti si sono presi a cuore come nessun altro la nostra cooperativa e i disabili che ci lavorano. E’ una cosa molto bella vedere persone provenienti da un disagio come quello del carcere, che si affezionano ai malati psichici. Questi ultimi inoltre sono tutti principalmente dei grandi lavoratori.

Ma non presentano anche qualche difficoltà?

Ci sono dei giorni in cui arrivano di cattivo umore, e in queste circostanze bisogna saperli prendere per il verso giusto e fare realizzare loro quello che occorre in quel momento. E anche quando riescono a fare poco, quel poco è molto utile per loro. Essendo terzisti ci è capitato di avere dei cali di lavoro, per il fatto che in alcuni momenti i nostri clienti non vendevano. In quelle circostanze cerchiamo di limitare i danni, e magari lasciamo i dipendenti a casa per qualche giorno. Una volta a casa i disabili sono incontenibili, perché per loro il lavoro è fondamentale. E quindi quando non vengono al lavoro i genitori sono disperati perché non sanno come tenerli tranquilli.

 

Può fare un esempio del loro attaccamento al lavoro?

 

Per esempio, nel 2007 c’è stata una nevicata molto forte, in seguito alla quale tutta Milano si era bloccata. Un disabile mentale che abitava a Porta Romana, siccome i mezzi non funzionavano, è venuto a piedi fino alla sede della nostra azienda a Buccinasco. Dopo avere camminato per due ore e mezza è arrivato al lavoro fradicio, e io gli ho fatto notare: “Oggi potevi rimanere anche a casa se volevi”. E lui, alzando il dito, mi ha risposto: “Il lavoro è molto importante”. Da uno così io ho soltanto da imparare.

 

La cooperativa riceve un sostegno dalla pubblica amministrazione?

 

Sì, anche se inizialmente la Regione ci corrispondeva il 100% dei costi per il personale svantaggiato. Questi contributi con l’andare degli anni sono però stati ridotti a un terzo. Spesso mi domando: “Ma è giusto che queste persone disabili debbano essere solo ed esclusivamente un problema della nostra cooperativa?”. No, non è giusto, perché se la cooperativa chiude queste persone restano a carico della pubblica amministrazione. Occorre quindi che gli enti locali condividano il problema. Noi in questo momento stiamo affrontando delle grandi difficoltà, siamo a rischio chiusura e le nostre perdite sono provocate dalla riduzione dei contributi pubblici. Sono venuti meno infatti i finanziamenti per le cooperative, che svolgono un lavoro molto utile sul territorio. Questo è un esempio di come il privato si impegna, e il pubblico non gli viene incontro in modo adeguato.

 

(Pietro Vernizzi)

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