MOSCHEA/ Gli slogan di Pisapia spingeranno gli islamici al “metodo Macao”?

- Matteo Forte

Le contraddizioni di una campagna elettorale basata sulle promesse in relazione al problema islamico a Milano stanno esplodendo sempre più. Il commento di MATTEO FORTE

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Giuliano Pisapia (Infophoto)

«Il dialogo col Comune, dopo le promesse della campagna elettorale, si è bloccato sei mesi fa». Queste parole, che un articolo pubblicato ieri sulle pagine milanesi del Corriere attribuisce alla comunità musulmana bengalese, fotografano bene la situazione. Come per il registro sulle unioni civili, anche in materia di presenza islamica in città la Giunta Pisapia, ad un anno dal suo insediamento, mostra tutta la propria incapacità di passare dagli utopici slogan della campagna elettorale al buon governo della città. Già, utopici. Perché l’idea che bastasse essere accondiscendenti e mostrarsi disponibili con tutti per trasformare la città “arrogante ed elitaria” del centrodestra in quella “gentile e partecipata” della sinistra si sta scontrando con la dura realtà. Sia nel caso del registro delle unioni civili, per cui Costituzione e giustizia amministrativa sbarrano la strada a qualunque uso “allegro” del diritto. Sia nel caso del più grande centro culturale islamico d’Europa che Pisapia aveva promesso sempre un anno fa.
Già nei primi mesi di Giunta, però, il numero due di Palazzo Marino, Maria Grazia Guida, aveva capito che l’idea di un’unica Grande Moschea era irrealizzabile per l’alto tasso di comunità musulmane di differente etnia presenti in città. Ci sono soprattutto i fedeli dell’Africa nera che per ragioni storiche non vogliono molto avere a che fare con gli arabi. Difficilmente dunque si sarebbe riusciti nell’intento di metterli d’accordo per la condivisione e la gestione di un stesso spazio. Dopo la prima brevissima fase è seguita allora quella della costituzione del Caim, il Coordinamento associazioni islamiche milanesi. Altra grana per la maggioranza di sinistra: da subito il Caim appare più una promanazione della discussa Ucoii che il tentativo di dare una voce al mondo islamico milanese. La Casa della Cultura islamica di via Padova, il cui Imam è Ambrogino d’oro, e il Coreis di via Meda non ci stanno e si chiamano fuori. Anche perché ad autonominarsi portavoce del Coordinamento è Davide Piccardo, figlio dello storico leader dell’Ucoii, nonché candidato alle ultime amministrative nelle fila di SeL.
Insomma, sembra che anche in tema di dialogo con i musulmani la sinistra applichi la solita politica clientelare che francamente si penava di non vedere con il vento nuovo di Pisapia. E nonostante una simile concezione di potere non proprio innovativa, il musulmano “di sinistra” è riuscito a irritarsi quando la Giunta ha offerto una copertura politica ai giovani di Macao che lo scorso maggio avevano occupato laTorre Galfa. Piccardo per l’occasione dichiara molto candidamente: «Non sarebbe più efficace occupare anche noi?». 

«Stiamo parlando da un anno – fa eco Abdel Hamid Shaari, del Centro di viale Jenner – e non c’è stata l’attenzione che abbiamo visto per Macao. Non dovrebbe essere questo il criterio per risolvere il problema. Siamo ancora in attesa: ci hanno detto di aspettare il nuovo Pgt e noi aspettiamo, ma non vedo una prospettiva di soluzione all’orizzonte». 
Nel frattempo il Pgt è stato approvato, ma alle promesse elettorali di un anno fa mancano ancora le gambe per camminare. Un po’ perché l’Islam è una realtà complessa, non unitaria e molto differenziata al suo interno, motivo per cui a livello nazionale lo Stato non è ancora riuscito a firmare un’intesa con questa confessione. Un po’ perché il cosiddetto dialogo religioso, forse, non deve essere una prerogativa di un’istituzione pubblica. Perché mai un Comune dovrebbe avviare un confronto con una minoranza religiosa? E perché fermarsi ad una sola? A quando un coordinamento dei buddisti o degli animisti? 
La verità è che Palazzo Marino dovrebbe piuttosto occuparsi di politiche di inclusione delle comunità di stranieri presenti in città, non sostituirsi in una logica antisussidiaria a quei soggetti che all’interno della società già vivono il dialogo culturale e interreligioso. Ma da questo punto di vista occorrerebbe accorpare le deleghe distribuite nei diversi assessorati e, di conseguenza, semplificare le diverse voci dei capitoli di bilancio dedicate all’integrazione degli immigrati. Compito arduo. Soprattutto per chi predilige gli slogan da campagna elettorale al difficile compito di amministrare bene una grande metropoli come Milano. 



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