CARRON SU MARTINI/ Borghesi: ciò che accomuna il cardinale a don Giussani

- Massimo Borghesi

Le ultime due lettere di don Julián Carrón si collocano in profonda continuità con l’insegnamento di don Luigi Giussani e con l’attuale Magistero di Benedetto XVI. MASSIMO BORGHESI

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Il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012)

Coloro che si sorprendono positivamente e, in taluni casi, negativamente, per il contenuto delle due lettere di don Julian Carron, presidente della Fraternità di Cl, la prima indirizzata a La Repubblica del 1 maggio, su Cl e la politica, la seconda al Corriere della Sera del 4 settembre, in occasione della morte del cardinal Martini, non tengono conto, spesso, di un dato essenziale: esse si collocano in continuità profonda con l’insegnamento di don Luigi Giussani e con l’attuale Magistero di Benedetto XVI.  Quello stesso Magistero che si documenta nella prima lettera pastorale alla diocesi ambrosiana del cardinale Angelo Scola appena pubblicata. In essa, dopo aver affermato che «Le nostre comunità dovranno concentrarsi sull’essenziale: il rapporto con Gesù», si chiede loro di «dedicare il tempo alla conoscenza e alla contemplazione più che proliferazione di iniziative, silenzio più che moltiplicazione di parole, l’irresistibile comunicazione di un’esperienza di pienezza che contagia la società più che l’affannosa ricerca del consenso. In una parola: testimonianza più che militanza». In proposito il cardinale cita Benedetto XVI per il quale oggi «capita non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato».

La riflessione su ciò è preliminare nell’Anno della fede promulgato dal Papa: la fede non è più un presupposto. Questo è il punto che accomunava Giussani, Martini all’attuale Papa, Benedetto XVI. La “mutazione antropologica”, diagnosticata da Pasolini a metà degli anni ’70, era conseguenza del tramonto di questo presupposto. Da qui muoveva l’intuizione e la testimonianza educativa di Giussani nel liceo Berchet di Milano nel lontano 1954: la fede non era più un presupposto. Non lo era nemmeno per i giovani di Azione Cattolica nella Chiesa, militante e organizzata, di Pio XII. Non lo era negli affetti, nello studio, nel lavoro, nella vita reale. Dall’esperienza educativa del sacerdote lombardo dovevano sorgere Gs prima e Cl poi, una presenza capace di opere e di iniziative sociali di rilievo.

Quelle iniziative dovevano però essere occasioni per un’apertura ecumenica e per la condivisione dei bisogni – come Carron ha ricordato elogiando Martini -, non il fine dell’impegno. Se diventavano il fine potevano solo produrre egemonia e occupazione di potere. Dalla correzione di questa prospettiva nascerà il discorso pronunciato a Riccione, nel ’76, dove Giussani contrapponeva la presenza, cioè la testimonianza, all’utopia, cioè all’egemonia. Senonché nel tramontare dell’impeto iniziale anche la “presenza” diveniva una nuova forma di egemonia, una forma che assumeva nel panorama cattolico italiano di allora la figura della contrapposizione tra i cattolici della mediazione, aperti e dialoganti, e i cattolici della presenza, identitari ed intransigenti. Una distinzione polemica e caricaturale che torna oggi nella dialettica tra martiniani ed anti-martiniani. 

La storia di Cl, in realtà, lungi dall’essere la cronologia dell’intransigenza cattolica, è la storia delle continue correzioni che Giussani ne ha operato.  Così negli anni ’80 colpisce il suo giudizio espresso dopo l’esito negativo, per i cattolici, del referendum (17/18 maggio 1981) che legittimava la legge sull’aborto in Italia. Proprio quanto il settimanale “il Sabato” titolava “Si riparte da 32”, intendendo con ciò la percentuale di coloro che si erano opposti all’aborto, Giussani affermava: «Ecco, questo è il momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo. Vale a dire: è un momento in cui si ritorna all’inizio, perché è stato dimostrato che la mentalità non è più cristiana. Il cristianesimo come presenza stabile, consistente e perciò capace di “tradere” – tradizione, comunicazione – non c’è più». 

Un giudizio sorprendente che accomuna, al di là delle possibili diversità di sensibilità, Giussani e Martini. E’ nella sua ultima, discussa, intervista – “Chiesa indietro di 200 anni” –  che il cardinale affermava: «Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Risuona qui un giudizio comune che non può essere sottaciuto. Un giudizio più importante delle differenze portate su situazioni contingenti nella quale è legittima una diversità di vedute. E’ lo stesso giudizio che portava Giussani, in un dialogo con Giovanni Testori nel 1980, a dichiarare: «Questo è il tempo della rinascita della coscienza personale. E’ come se non si potessero far più crociate organizzate; movimenti organizzati. Un movimento nasce proprio con il ridestarsi della persona. E’ una cosa impressionante». E’ lo stesso giudizio che lo porta a scrivere, dopo un viaggio in Terrasanta nel 1986, «Vedendo quei luoghi dove soltanto un’umanità viva, sia pure determinata così embrionalmente e seminalmente, ha potuto attecchire e avere la forza di resistere, di comunicarsi e di travolgere il mondo, risulta chiaro che nella vita della Chiesa di oggi quello che conta è la vivezza di una fede rinnovata e non un potere derivato da una storia, da un’istituzione che si è affermata, o da un ordinamento intellettuale teologico. Ciò che conta è realmente che la vita incominciata in Maria e Giuseppe, in Giovanni e Andrea, sia come riaccesa nel cuore della gente e la folla sia aiutata in un incontro, incidente sulla vita come avvenne alle origini del cristianesimo».

Questa lettura, che è  da sempre anche quella di Razinger, è il motivo che  ha reso cara la persona di  Giussani al futuro Papa. Lo stesso motivo – come ricorda Carron nella sua lettera – per il cui il cardinal Martini era sorpreso da come Giussani tornasse continuamente al cuore del cristianesimo: «Ecco, tu, ogni volta che parli, ritorni sempre a questo nucleo che è l’Incarnazione, e – con mille modi diversi – lo riproponi». E’ questa sintonia, di Giussani con Martini, sulla scia di Benedetto XVI, che Carron ha voluto esprimere nella sua lettera.

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