ELEZIONI LOMBARDIA/ Ambrosoli, non basta un (buon) programma per fare la “rivoluzione”

- Aldo Brandirali

In Lombardia prosegue la campagna elettorale, con la 'guerra' sui programmi. Buoni o cattivi? Giusti o ingiusti? O forse il problema è (anche) più radicale? Ne parla ALDO BRANDIRALI

ambrosoli_r439 Infophoto

Il candidato presidente della regione Lombardia Umberto Ambrosoli ha fatto un grande lavoro per assemblare partiti e forze sociali dentro il patto elettorale del centrosinistra. E ha fatto un lavoro ancora più articolato per compilare il programma, pubblicando un testo di 80 pagine (compreso due di note bibliografiche!), dove c’è scritto tutto quello che riguarda la vita politica regionale, progettata secondo le visioni culturali che caratterizzano in Italia l’arcipelago dei progressisti.
Io mi devo cimentare in un commento fatto di poche righe, e ho anche la difficoltà di non avere la propensione alla critica di destra, non mi interessa perché io sono cattolico, e per ciò stesso non sono nè di destra nè di sinistra. Ovvero considero la politica un servizio, e non prodotto di una pretesa identitaria che viene imposta alla vita di tutti.
Per prima cosa vado a vedere i punti accettabili. Si parla di sussidiarietà orizzontale e verticale.
Si riconosce il buono scuola per gli utilizzatori delle scuole paritarie, ma si pensa di riservarlo ai ceti con reddito basso. Si riconosce l’eccellenza sanitaria ma si insiste sul cambiamento di tutta la parte amministrativa. Si insiste molto sui servizi sociali e di assistenza, sulle politiche ambientaliste e sul sostegno ai bisogni dei singoli territori.
Poi devo iniziare con la critica. Prima di tutto la pretesa di progettare tutto rivela un dirigismo della politica che non si propone di farsi servizio. Infatti l’essere servizio alla vita del proprio popolo inizia con il vedere. Perché la dinamica della società esiste prima della politica e vedere vuol dire parlare delle buone presenze, cioè citando esempi di buone opere e imprese, e riflettendo sul come le presenze eccellenti suggeriscono di promuovere tutto quello che si può muovere ad imitazione, generando in tal modo una regola comune come diffusione delle esperienze positive.
Anche la democrazia partecipata, di cui il programma parla continuamente, deve essere caratterizzata dalla capacità della politica di incontrare e ascoltare. Dunque non è progettare assieme, che nasconde il trucco della manipolazione dei soggetti sociali piegati alla progettualità di chi governa. La tradizione del Terzo Settore è questa, con l’aggiunta di una contrattazione di vertice fra politica e grosse associazione per far rientrare nei ranghi tutti i movimenti di base.
Tutte le energie positive della società devono essere capaci di giudizio politico, per non delegare e per diventare proponenti e non solo richiedenti. Ma il governo della cosa pubblica deve riconoscere l’autonomia dei soggetti sociali, altrimenti si arriva alle cinghie di trasmissione, ovvero alle associazioni affiliate al progetto politico di parte.
In conclusione: il mostro comunista che motiva l’opposizione di una alleanza con chiunque sia di destra non esiste. Io esercito la critica di Ambrosoli pensando che il nuovo della politica è una visione leggera, capace di diventare funzione che si affianca alle altre attività di pubblico valore, e che le esalta nelle specifiche funzioni, perché la politica riconosca ad ognuno il suo compito. Questo nuovo si vede solo se non si scrivono i programmi didascalici, ma se si citano le linee di indirizzo e l’impostazione di metodo per l’ascolto e la valorizzazione. Dunque con Ambrosoli si ritorna all’egemonia culturale della sinistra. 

Ma non è buona cosa opporre a questa un’altra egemonia, di destra, come il populismo scatenato da Berlusconi contro l’Europa, la Germania, Monti, l’alta finanza, la massoneria, perché c’è un complotto pluto-giudaico-massonico. Bisognerebbe semplicemente combattere l’egemonia e professare la libertà delle presenze che hanno da insegnare.
Infine c’è un ruolo nazionale della Lombardia, che non è quello della macroregione del nord che si tiene le sue tasse chiudendosi nel proprio benessere. Come dicono a destra. Ma alla sinistra dobbiamo dire che il ruolo nazionale della Lombardia non si può discutere a Roma. I leghisti che parlavano di Roma ladrona non hanno saputo fare un discorso nazionale perché hanno raccolto il consenso basandolo sulla paura e sul separatismo. E sono diventati più romani dei romani, si sono adattati alle prevaricazioni della politica in uso a Roma. Ma la sinistra a Milano non ha lo spessore di politica nazionale, è solo un impasto di logiche di opposizione mai veramente diventate capacità di buon governo. Allora perché non riconoscere apertamente il buon governo della Lombardia operata da Formigoni, pur se travagliato dal diffuso individualismo della destra, come eccellenze che si propongono all’Italia intera?
Ma sono io che voglio troppo, voglio che si badi al bene comune più che alle ragioni della propria parte politica.
Per Ambrosoli il ruolo nazionale è diffondere come un ideale l’etica della moralità e della apertura ai diversi, siano religioni o comportamenti di genere liberi. 
Così si ripropone la politica etica, che fissa la morale per il popolo. Mentre la vera dinamica di popolo avviene nella esperienza di vita, e la Lombardia può proporsi per il suo popolo accogliente e operoso. Nel confronto con le regioni italiane sarebbe bello incontrare i contributi delle varie esperienze di vita e comporle nell’identità nazionale. La libertà della Chiesa e la valorizzazione delle comunità, con i loro prodotti di creatività,bellezza, gusto, siano le fucine del nostro popolo. La morale è nella vita del popolo e non nella identità politica. Ma qui siamo a servire il popolo e forse sono con pochi a dirlo.





© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie

Ultime notizie