ACCOGLIENZA/ Insegno l’italiano ai migranti, così da “problemi” sono diventati persone

- La Redazione

Nell’oratorio di uno dei quartieri una volta periferici di Milano, Lambrate, si assiste a un modello di integrazione che funziona. Ce lo racconta CLAUDIO CERCONE

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Dal 1989 insegnano l’italiano a extracomunitari che parlano gli idiomi più esotici e devono imparare a rapportarsi con il capo, a scrivere un curriculum e così via. I corsi che da allora si tengono regolarmente nella parrocchia di San Pio X, a Lambrate, sono a cura di volontari che fanno i mestieri più disparati, non necessariamente l’insegnante di italiano: “Chiunque vuol venire a insegnare è bene accetto”, spiega Claudio Cercone, un insegnante di Storia e Filosofia che coordina l’attività dei volontari. Può perfino capitare che in cattedra arrivi qualcuno che fino a poche settimane prima sedeva sui banchi dei discenti. E i corsi servono spesso a spalancare “porte” su realtà molto complesse: “Ci chiedono di tutto: se ci sono possibilità di lavoro, come fare meglio la spesa, cosa visitare i città”. Un modello di integrazione che sembra funzionare e che resiste nel tempo: “Per noi il problema dell’integrazione non esiste.  Abbiamo smesso di guardarli come si guarda a un problema e loro sono venuti fuori come persone. Da piccole cose si capisce che dentro di loro non c’è tanto l’idea di essere in regola con le leggi, quanto il bisogno di tornare a respirare”. E non di rado capitano cose davvero sorprendenti. Come quel Natale che il portavoce degli egiziani ci ha detto… 

Quando avete iniziato? Nel 1989. Tutto è cominciato da tre studenti universitari che fuori dal Politecnico avevano incontrato alcuni extracomunitari che volevano imparare l’italiano. Si recarono dal parroco di San Pio X per chiedere di poter utilizzare un’aula per fare dei corsi. Nel tempo il giro si è allargato parecchio grazie al passa parola. Oggi è strutturata come una vera e propria scuola, con tanto di programmi, metodo di insegnamento, dispense ecc.

Chi sono gli insegnanti? Volontari che vengono gratuitamente una volta alla settimana per un’ora e mezza. Chiunque può insegnare. Chiunque vuol venire a insegnare è bene accetto, anche se svolge altri tipi di lavoro, perché i nostri corsi sono sempre serali.

Sta dicendo che non bisogna essere insegnanti di italiano per insegnare italiano? Proprio così. Le faccio un esempio.

Prego. Due anni fa una studentessa peruviana, che era stata con noi un anno e mezzo e aveva terminato i corsi, ha chiesto di insegnare. Così è entrata a far parte del corpo docente. La cosa si è ripetuta con uno studente egiziano che, dopo aver terminato l’iter, affezionandosi all’opera, ha chiesto di poter essere lui d’aiuto a chi iniziava. Un musulmano che ha chiesto di condividere la nostra forma di caritativa.

Torniamo ai corsi, quando si svolgono? I corsi iniziano alle 19 e terminano alle 20.30. Due volte a settimana, attualmente il lunedì e il mercoledì.

Come ci si iscrive? Mettiamo un cartello fuori dall’oratorio di San Pio X che avvisa quando si aprono le iscrizioni.     

Con che criterio formate le classi? Ogni volte che si aprono le iscrizioni non sappiamo cosa accadrà, chi e quanti saranno gli iscritti, quale sarà il loro livello. Il corso si modella sulla richiesta. Dipende da chi viene a iscriversi. È una scuola che riparte  ogni volta dal bisogno della gente.

Chi frequenta i vostri corsi? I nostri studenti hanno un’età compresa tra i 14 e i 70 anni. Le etnie sono tantissime, abbiamo classi multietniche e multi confessionali. È gente che vive nella zona di Lambrate, di viale Padova. Molti di loro non riescono a dare nemmeno un’offerta per pagare il libro o per contribuire alle spese per l’affitto dell’aula.

Sono tutti soddisfatti o c’è anche qualcuno che lascia? 

Un corso dura dieci settimane. Di solito le classi iniziano con 22-30 studenti. Qualcuno lascia perché nel frattempo ha trovato un lavoro. Molti lavorano nelle società di pulizie e l’orario delle lezioni spesso coincide con quello delle pulizie degli uffici.   

Quante persone hanno frequentato i vostri corsi? Tantissime. Fino al 2007-2008 c’erano file di extracomunitari che volevano iscriversi. Spesso, purtroppo, eravamo costretti a dire di no a molti. Dal 2008 in poi il fenomeno si è progressivamente ridotto per via delle nuove leggi sull’immigrazione. Quando è entrata in vigore la Bossi-Fini ho notato una certa ritrosia da chi probabilmente non essendo in regola non voleva esporsi troppo. All’ultimo corso l’adesione è stata comunque altissima. Purtroppo anche le nostre forze tendono a diminuire: oggi siamo 6 volontari; ci sono stati momenti che eravamo in 11. 

Rispetto ad altri il vostro modello di integrazione sembra funzionare, no? Per noi il problema dell’integrazione non esiste.

In che senso scusi? Nei nostri corsi abbiamo sperimentato che fintanto che il fenomeno dell’integrazione vien considerato un problema, qualcosa da risolvere e non invece qualcosa che ci coinvolge, che ci provoca, l’integrazione non sarà mai possibile.

Perché? Nel nostro piccolo abbiamo  sperimentato che i nostri corsi di italiano diventano delle “porte”.

Delle porte? Sì, delle porte. 

Cioè? Durante i corsi ci chiedono di tutto: come si fa a parlare con il capo, come si redige un curriculum, se ci sono possibilità di lavoro, come fare meglio la spesa, cosa visitare. Abbiamo smesso di vederli come dei problemi e loro sono venuti fuori come persone. 

Che tipo di rapporto riuscite a instaurare con loro? Alla fine di ogni corso facciamo una festa. Può essere una gita, senza andare troppo lontano per non spendere troppo; oppure una visita in città, a sant’Ambrogio, piuttosto che a vedere la Milano napoleonica. Vogliamo introdurli alla realtà, non per la sopravvivenza ma facendo capire loro che si può anche godere della realtà in cui si trovano. Oppure…

Oppure?

Le feste tradizionali, Natale e Pasqua, le festeggiamo sempre con loro. E in un paio di occasioni sono successe cose sorprendenti. 

Ce le può raccontare? Spiegando il significato del Natale cristiano è capitato che il portavoce degli egiziani, un musulmano, ci ringraziasse dicendo: “siete stati gli unici che hanno avuto il coraggio di festeggiare le vostre solennità con noi, da questo abbiamo capito che ci volete proprio bene”.

Come lo interpretate? Da queste piccole cose si capisce che dentro di loro non c’è tanto l’idea di integrarsi nel senso di essere in regola con le leggi, quanto il bisogno di tornare a respirare.

Perché lo fate? Chi viene a insegnare e chi a imparare lo fa per un bisogno: chi insegna perché vuol mettere a tema le esigenze più profonde che ha dentro; chi viene a studiare ha la necessità di imparare l’italiano. Il bisogno è reciproco. Quello che si verifica è l’incontro di due bisogni. Che secondo me, è il segreto dell’unica integrazione possibile. 

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