UCCISI A PICCONATE/ Ci voleva Kabobo per smascherare la nostra retorica del buonismo?

- Aldo Brandirali

Kabobo era chiaramente al limite della condizione psicofisica, aveva nel volto l’evidenza dello stravolgimento personale. Eppure non era seguito da nessuno. ALDO BRANDIRALI

piccone
Il piccone del ghanese

Ore 5 del mattino, inizio di 97 minuti di folle violenza per le vie del vecchio quartiere milanese di Niguarda. Mada Kabobo, ghanese di 31 anni, prima con una sbarra, poi con un piccone da cantiere aggredisce cinque persone.

Muore Alessandro Caroli, 40 anni, un giovane disoccupato mattiniero uscito per prendere un caffè. Gravemente ferito Ermanno Masini, 64 anni, pensionato. Finisce in coma Daniele Carella, 21 anni, che distribuiva giornali nelle abitazioni. Ferito Francesco Nito, 50 anni, operaio, una bastonata sulla testa. Un braccio rotto ad Andrea Canfora, 24 anni, alla fine di una notte di lavoro in un supermercato. Finalmente alle 6,28 chiamano i carabinieri, che arrivano presto, e alle 6,37 arrestano il ghanese.

Innanzitutto rendiamo onore a queste persone attive all’alba, si può dire che rappresentano il lato migliore degli abitanti di Niguarda, molti operai e persone mattiniere. Come potevano prevedere, come fronteggiare una simile situazione, quali sono le ragioni. Non c’è risposta. La cattiveria esiste, il problema della sicurezza esiste, la questione della vita da disperati dei migranti esiste. Ma non troveremo pace se ci limiteremo alla reattività. Bisogna invece stringersi nell’abbraccio di coloro che hanno subito la violenza, ristabilire le ragioni della speranza grazie al fatto che molti sono presenti con il cuore nel dramma di chi lo ha vissuto.

Nella parrocchia di Niguarda le messe hanno continuato a manifestare l’amore e il perdono a cui Cristo ci muove. E allora dobbiamo parlare di Kabobo. Nel 2011, appena arrivato coi barconi è finito al centro di accoglienza di Bari, qui ha partecipato ad una rivolta degli ospiti, che hanno distrutto camere e letti e hanno girato urlanti per le vie di Bari, armati di sassi, rastrelli, zappe. Protestavano contro la lentezza della concessione dei permessi di soggiorno.

Il 19 gennaio del 2012 è in carcere a Lecce: attacca una cella vicina per avere un televisore e poi lo distrugge. Aveva presentato richiesta di asilo politico, la commissione l’aveva respinta. Ha fatto ricorso e per questo non si poteva espellere dall’Italia.

Insomma Kabobo è partito male sin dall’inizio, l’idea dell’aver diritto come rifugiato politico, perché perseguitato nel suo paese, lo ha messo in una posizione di violenta pretesa. Poi qualcuno lo ha assistito legalmente nelle pratiche di domanda, e al rifiuto ricevuto lo hanno pure assistito per fare il ricorso.

Nessuno deve aver spiegato a Kabobo che ci sono diritti e doveri. Che il migrante deve fare il passaggio della ricerca del lavoro e dell’abitazione per giungere al permesso di soggiorno. Chi lo ha aiutato nelle pratiche legali non si è occupato dell’aiuto al lavoro e a trovar casa. Come dire che in Italia ci sono movimenti che si occupano dei diritti scollegati dai doveri. Kabobo aveva bisogno di essere preso in carico da un sistema di sorveglianza e di educazione. Se arriva un ricorso alla magistratura, che sospende l’espulsione, il magistrato dovrebbe ordinare l’avvio del soggetto a un operatore che lo segua e ne sorvegli le condizioni di vita.

Ecco la vera questione. Kabobo era chiaramente al limite della condizione psicofisica, aveva nel volto l’evidenza dello stravolgimento personale. Eppure non era seguito da nessuno. Non si può pensare che un disperato venga lasciato libero di fare da solo la sua lotta per la sopravvivenza. Occorrono nuove figure di assistenti sociali negli uffici preposti ai migranti. Occorrono sistemi di avvio alle strutture di solidarietà ed assistenza. Insomma, nel nostro paese si deve essere presenti al livello della civiltà che ci caratterizza, altrimenti il buonismo, che prolunga l’irregolarità delle presenze, e il cinismo della libertà come abbandono alla zona oscura della vita sociale, diventano una messa in crisi della comunità nel territorio.



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