SGOMBERO ZAM/ Ecco perché i “centri sociali” bloccano Milano da 30 anni

Tafferugli davanti al portone di palazzo Marino, sede del Comune di Milano, dove i militanti del centro sociale Zam sono entrati in contatto con gli agenti. ALDO BRANDIRALI

23.05.2013 - Aldo Brandirali
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In Via Olgiati, nel cuore della Barona, i compagni dello Zam (Zona Autonoma Milano), centro sociale autogestito, da due anni avevano occupato uno stabile che circa 10 anni fa era una fabbrica di affettatrici, poi chiusa e abbandonata dal proprietario, probabilmente in attesa di un progetto di investimento. Ora la polizia li ha fatti sgomberare affermando i diritti della proprietà privata.

Le polemiche vanno alle stelle, lotte e scontri, con 50 giovani in giubbottino antipioggia rosso e cappuccio che, al fine di non essere riconoscibili, fanno barricate, lanciano sassi e altri oggetti sui poliziotti. E stendono uno striscione che recita: ZAM il sogno continua. Negli oltre due anni di occupazione avevano realizzato concerti ed eventi culturali, e di giorno palestra per arrampicata sportiva e altro. Naturalmente senza nessuna autorizzazione per gli spettacoli e senza misure protettive a norma. Senza nessun riscontro fiscale o di diritti d’autore, ecc.

Il sindaco e il Comune devono affrontare una manifestazione che i centri sociali fanno alle ore 17 in Piazza Scala. Anche qui scontri, per la pretesa di occupare Palazzo Marino. L’insieme dei manifestanti rappresentano una aggregazione vasta di movimenti di estrema sinistra. Il dibattito interno alla sinistra è duro, da Basilio Rizzo che sostiene le logiche dei centri sociali, al sindaco che deve comunque richiamare al rispetto della legge.

Ricordo che settimana scorsa è stata la volta della libreria occupata nell’Università Statale, sgomberata e ora di nuovo occupata. Ci sono oltre 15 centri sociali a Milano che hanno la stessa natura di occupazioni abusive. Il principe è il Leoncavallo, che si è guadagnato il riconoscimento di utilità sociale al punto che la proprietà dei Cabassi verrà rimborsata dal Comune al fine di salvare questo centro sociale.

Anche lo Zam rivendica il suo ruolo di utilità sociale, attività culturali e sportive nella periferia della città. Ma il nome che si sono dati è rivelatore di tutta una impostazione culturale: Zona Autonoma. Ovvero momento di rottura sociale, contro la società dominata dagli interessi degli investitori, per una società parallela dominata dal collettivismo, dove il gruppo promotore non è un privato perché è un collettivo senza fini di lucro. Se un gruppo si proclama collettivista, allora ha il diritto di occupare, di non rispettare le leggi, di inventarsi una società alternativa, senza leggi scritte ma solo interessi del buon collettivo.

La politica da 30 anni a Milano non riesce a schiodare queste situazioni di illegalità. Non ci riesce la politica di sinistra perché la confusione fra lo Stato e il collettivo permette di dare ad alcuni diritti che a tutti gli altri vengono negati. Non ci riesce quella di destra perché la negazione dell’autorganizzazione dei movimenti è totale, non c’è ragione di fare politiche che risolvano l’esigenza di spazi sociali da assegnare ai movimenti.  

Alla Statale il rettore aveva proposto di fare una gara per assegnare ai movimenti la libreria non utilizzata. Ma gli occupanti abusivi hanno rifiutato. Scontri, polizia in università, nuova occupazione, e diffusa critica al rettore perché ha chiamato la polizia. Al Lambretta l’assessore Maiorino aveva proposto la stessa cosa, e gli occupanti hanno rifiutato.

Si tenga in conto che questi dei centri sociali si oppongono alle assegnazioni di spazi ad associazioni moderate chiedendo che si facciano le giuste gare. Ergo, quelli non di estrema sinistra non hanno diritto alla assegnazione diretta perché non sono collettivi che garantiscono l’essere al di sopra degli interessi. Capito la logica? E’ la stessa per cui si lotta contro le scuole private perché la scuola deve essere tutta dello Stato.

Così la situazione attuale. Il Comune svolge le sue politiche per i giovani mediante i Cag, Centri di Aggregazione Giovanile, ovvero dedicati a giovani disaggregati che vengono risocializzati dalle attività dei Cag. Questa politica è vecchia sino alla muffa. Nessun giovane si fa aggregare da un operatore pubblico. Giustamente si formano movimenti che chiedono spazi per svolgere attività di autopromozione. Come negli oratori, e in modo ancora più significativo da Portofranco in spazi ottenuti in quanto considerato Cag.

Ma le gare per dare spazi sono in genere vinte da operatori che poi non fanno cose utili. Per questo sarebbe giusto aprire forme di trattativa diretta fra il Comune e le associazioni, per riconoscere la loro reale capacità di iniziativa e assegnare spazi nel territorio dove il movimento opera. Ma stiamo ragionando nel senso della sussidiarietà, chiedendo alla politica di saper riconoscere le presenze vere. Purtroppo per ora funzionano i violenti e i collettivi autogestiti che si pongono fuori dalla comunità cittadina per diventare la comunità alternativa.

Forza signori della politica, non fate vincere chi grida di più, ma imparate a sbloccare queste situazioni. L’autorganizzazione è giusta, gli spazi per i centro sociali sono necessari, la cultura deve essere unificante nella città e non deve vincere la sottomissione agli alternativi.

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