LA STORIA/ Quei falegnami-detenuti che diventano “imprenditori”

DANIELA TANEGGI racconta come grazie ad una delle attività della Cooperativa Sociale 2000, alcuni carcerati stiano avendo modo di scontare la loro pena con dignità

25.05.2013 - La Redazione
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Un carcerato al lavoro (Infophoto)

Hanno lavorato sodo, di lima pialla e seghetto, per una gran quantità di ore degli ultimi due mesi. Adesso la loro opera prima è pronta. Al debutto loro però non ci saranno. Loro sono i quattro falegnami di Legnamèe, una delle attività della Cooperativa Sociale 2000 (l’altra è una lavanderia industriale) che offre opportunità di lavoro ai detenuti del carcere di Monza. L’opera che hanno realizzato è la scenografia del Trovatore di Verdi che andrà in scena, riadattato in chiave moderna, sabato 25 maggio (e in replica il giorno dopo) al Teatro Rosetum di Milano.

“È stato entusiasmante”, commenta Daniela Taneggi che per la cooperativa si occupa del marketing e della ricerca di nuovi clienti. “C’erano schizzi e disegni tecnici a guidare la lavorazione. Perfino un’attività ordinaria come la scelta dei materiali, è stata svolta con tutt’altro spirito”.

“Benedetto XVI diceva che senza possibilità di riscatto in carcere la pena rischia di raddoppiare”. Voi cosa fate per queste persone? “Molti di quelli che sono qui devono ancora imparare un lavoro perché nella vita non hanno avuto occasioni. Altri le hanno avute, ma adesso che sono qui possono, attraverso il lavoro, riprendere in mano la loro vita”.  

Ma chi sono i falegnami, perché sono finiti dentro? “Quando lavori assieme, durante la giornata il problema non è quello che hai fatto per finire qui; puoi aver spacciato o anche ucciso. Stanno scontando la pena; il lavoro permette di farlo con dignità”. Età? “Dai vent’anni in su”. Che lavorazioni fate? “Siamo alla continua ricerca di nuovi clienti ma ci siamo specializzati in alcuni filoni: il mondo del verde, quello dell’arredamento e quello delle scenografie. Quest’ultimo veramente da poco: la collaborazione con l’associazione Voci all’Opera del Teatro Rosetum è nata qualche mese fa”.  Quelli del Legnamèe hanno realizzato anche un bellissimo portale per il Musical Siddharta, che verrà messo in scena dai detenuti del Carcere di Opera.

Nel laboratorio del carcere, sotto la guida di Francesco Chinellato, il maestro “esterno” che viene tutti i giorni a insegnare il mestiere, si fanno mobili in legno massello, arredamenti per housing sociale, elementi per l’arredo urbano, rifugi per uccelli, cassettine per vino e oggettistica varia. Da qui escono anche le famose “bat box”, le casette per i pipistrelli che il Comune sta collocando nei parchi di Milano per ripopolare la specie: “a Palazzo Marino finora ne abbiamo fornite 500”.

Ci sono difficoltà? “Da morire”. Alcune legate all’organizzazione del carcere che ha scopi ed esigenze diverse da un’organizzazione aziendale. Ma per chi tenta di svolgere un’attività minimamente competitiva non sono certamente d’aiuto. “Per fortuna le imprese che lavorano con noi non si scoraggiano e vanno avanti”. “Per noi è decisiva la disponibilità e la collaborazione della Direzione e della Polizia Penitenziaria che sostengono il nostro tentativo”. 

E quando si trova un cliente privato, le difficoltà sono di altro genere. “Un carcerato non può uscire per recarsi a casa del cliente a prendere le misure dei mobili che deve fabbricare. Deve andarci per forza un esterno. E questo per la cooperativa è oneroso”.

Ce la fate? “La nostra è una produzione artigianale, per motivi evidenti non punta a grossi quantitativi”. Un aiuto importante viene da imprese che decidono di affidare fasi di lavorazione del loro prodotto. “E’ accaduto con Le Zie di Milano, una giovane realtà imprenditoriale che disegna e realizza arredi ecologici. A noi hanno affidato la produzione di un modulo componibile in rovere che diventa una libreria. Una soluzione di questo tipo per noi è molto ambita”.

Cosa chiedete alle aziende? “Puntiamo sulla responsabilità sociale d’impresa, invitando le aziende a coinvolgersi direttamente con  il nostro lavoro. Cerchiamo di far capire che se una persona smette di delinquere è un bene per tutti”.

Che progetti avete per il futuro? “Creare ponti dentro-fuori dal carcere”. Cioè? “Cerchiamo soluzioni occupazionali all’esterno per quelli che hanno già fatto un percorso formativo o lavorativo all’interno del carcere. In questo riceviamo un aiuto dal Comune di Monza che mette a disposizione borse lavoro per sostenere il reinserimento delle persone che hanno lavorato con noi”.           

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