LETTERA DAL CARCERE/ Il profugo: dalla Somalia all’Italia, ho trovato amici solo a San Vittore

- La Redazione

Ise, in carcere, ha trovato qualcuno che si è preso cura di lui e che non lo ha abbandonato neppure quando ha scontato la pena, aiutandolo a trovare una casa e a imparare l’Italiano

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Immagine di archivio

Caro Direttore,

Mi chiamo Ise, ho 23 anni e sono originario della Somalia. Ero fidanzato con una ragazza del mio paese che un giorno mi disse di aspettare un bambino. Per i musulmani aspettare un figlio senza essere sposati è un grave disonore; è per questo che sono venuti a cercarmi e mi hanno sparato un colpo di rivoltella. Sono scampato, ma ho sofferto tantissimo.

Per di più in Somalia la situazione era caotica, c’era (e c’è) la guerra; così dopo essermi rimesso in sesto, ho deciso di andar via.

Sono fuggito a piedi in Etiopia, poi in Sudan e dopo aver attraversato il deserto, sono arrivato in Libia. Ho trascorso nove giorni nel deserto e quando ho finito acqua e cibo, sono entrato in territorio libico sperando di riuscire ad attraversare il mare su un barcone e approdare in Italia.

Cosi ho fatto. Ho viaggiato per circa 20 giorni e sono sbarcato nel porto di Pozzallo, in Sicilia, nel dicembre del 2008. All’inizio ci hanno portato in un campo profughi; poi, nel giro di un mese, ci hanno fornito dei documenti, dato qualche soldo e infine ci hanno lasciato andare.

Sono partito per cercare di sistemarmi. Prima sono stato in Olanda e poi in Svezia. Cercavo asilo politico nei paesi del nord. Mi avevano detto che lì c’erano più possibilità di ottenerlo che in Italia. Ero convinto di potercela fare; immaginavo che in Svezia i rifugiati come me venissero aiutati a cercare una casa, un lavoro, a integrarsi nella società. Credevo davvero di poter ricominciare da capo.

Purtroppo la mia domanda d’asilo non venne accettata e fui costretto a rientrare in Italia, a Milano. Non sapevo la lingua, non avevo soldi e non conoscevo nessuno. Dormivo per strada o nei dormitori. Mangiavo alla mensa della Caritas. Cercando di sopravvivere, alla fine …  mi hanno arrestato.

All’inizio l’impatto con san Vittore è stato traumatico, avevo perfino perso la cognizione del tempo. Ho avuto però la possibilità di lavorare, facevo le pulizie, anche nell’ufficio del comandante! Lavorando al terzo raggio ho incontrato alcuni amici – Daniela, Emanuele, Ilaria e tanti altri – che venivano in carcere a far compagnia a noi detenuti. Non erano le solite facce, loro mi piacevano. Sono diventati subito miei amici. Mi avevano promesso che avrei potuto contattarli una volta scontata la pena. E da quel momento non mi hanno mai mollato. Mi hanno offerto una casa e aiutato a mettere in regola i documenti. Grazie a loro, sto frequentando un corso di italiano. Il prossimo passo che faremo assieme è cercare un lavoro.

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