IL CASO/ Città Metropolitana-terzo settore, chi?

- Giorgio Fiorentini

Negli statuti delle Città Metropolitane il no-profit ha spazi marginali, ignorando lo sviluppo reale del welfare sussidiario via Terzo settore. Il caso di Milano. di GIORGIO FIORENTINI

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Palazzo Marino a Milano (Infophoto)

Negli statuti delle Città Metropolitane fino ad ora approvati il Terzo Settore e il non profit sono parole quasi del tutto sconosciute. E’ citato il concetto di sussidiarietà orizzontale anche se sono più frequenti i richiami a quella verticale cioè alla filiera composta da enti pubblici. Comunque gli accenni alla sussidiarietà orizzontale implicano,deduttivamente, la ragione per cui si coinvolgerebbe il terzo settore e le imprese sociali non profit.

Tutti sanno che senza il terzo settore e senza le imprese sociali non si gestiscono i servizi socio assistenziali, lo sport, la cultura e le attività artistiche e ormai, in parte consistente, anche la sanità. In verità questi servizi dovrebbero essere gestiti istituzionalmente ed operativamente dai comuni e dalle aziende sanitarie pubbliche, ma è altrettanto chiaro che non hanno risorse, efficienza ed economicità che possono sviluppare risultati di welfare adeguati.

Se analizziamo, per esempio, lo Statuto della Città Metropolitana di Milano c’è un orientamento deciso verso “l’integrazione dei servizi” e si prospettano scelte incentivanti, anche economicamente, l’attività congiunta fra i comuni. Ma i comuni si avvalgono in forma preponderante (70/80%) del terzo settore e delle imprese sociali non profit per il loro welfare municipale e questo è anche sancito dall’attività dei piani di zona.

Nello statuto della Città Metropolitana milanese l’articolo 14 si prospetta che l’integrazione fra tutte queste non profit avvenga tramite un Forum metropolitano della società civile che il sindaco potrà convocare almeno una volta l’anno e si potrà redigere un documento con proposte di programmazione triennale. Il Forum è sede di confronto “ampio e plurale fra la Città Metropolitana e la sua comunità locale, a partire dalle rappresentanze del mondo della cultura, del lavoro e dell’imprenditoria, nonché del mondo delle autonomie funzionali, dell’associazionismo e del terzo settore soprattutto in relazione alle prospettive di sviluppo della Città Metropolitana”.

Sembra un po’ poco. Forse vale la pena ripensare ad un assetto organizzativo e strutturato della Città Metropolitana di Milano che faciliti l’integrazione delle attività delle no-profit dei 134 comuni (3.196.825 cittadini) senza nulla togliere all’autonomia comunale, ma aggiungendo un differenziale utile per le economie di scala (risparmi) ed economie di scopo(incremento dell’efficacia dei servizi). Non mi limiterei ad una generica previsione di “consulte e tavoli”(così è scritto nell’articolo) senza una significativa struttura di coordinamento. Uno dei primi passi è il censimento delle non profit dei 134 comuni e fare una valutazione delle progettualità per trovare integrazioni che creino massa critica ed efficace di servizi oltre alla gestione dei registri, nell’ambito delle competenze attribuite con delega regionale. Peraltro anche nelle “Disposizioni per la valorizzazione del ruolo istituzionale della Città metropolitana di Milano” approvate dalla Regione Lombardia non si trovano riferimenti al ruolo del Terzo settore se non per generiche consultazioni . Non sarebbe strano che, a breve, girasse la battuta ironica: “Città Metropolitana-terzo settore, chi?”.

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