MONTAGNA/ Cesare Maestri, addio allo scalatore rimasto “prigioniero”

- Alberto Trevissoi

Si è spento Cesare Maestri (1929-2021). Alpinista trentino, ha fatto la storia dell’alpinismo del secolo scorso. Ha legato il suo nome al Cerro Torre

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Alpinisti trentini in Patagonia nel 1957. In mezzo, con il maglione bianco, Cesare Maestri (LaPresse)

“E se la vita continua, diventerà vecchio”. Le parole di Fernanda, moglie di Cesare Maestri, chiudevano Duemila metri della nostra vita, il libro scritto col marito.

Ora che la vita è finita, diventerà immortale, come tutti gli eroi, nel male e nel bene, col suo tremendo segreto chiuso nella tomba. Fernanda morì cinque anni fa a 85 anni, Cesare adesso a 91. Dopo l’ultracentenario Riccardo Cassin, dei grandi alpinisti italiani è stato quello che ha vissuto più a lungo. Ha fatto la storia dell’alpinismo nel secolo scorso, tra gli anni 50 e 70, e per me che sin da ragazzo, come tanti, andavo nel suo mitico negozio di Madonna di Campiglio, con la scusa di cercare qualcosa ma solo per sentire qualche sua parola, è sempre stato un grande di una generazione passata, come Walter Bonatti.

Maestri nei primi anni del suo alpinismo fu un formidabile arrampicatore libero, con l’austriaco Paul Preuss forse il più grande di tutti i tempi, e salì e discese senza chiodi né corda le vie più difficili delle Dolomiti, soprattutto nel “suo” Gruppo di Brenta, con innumerevoli prime ascensioni. E diventò per sempre il “Ragno delle Dolomiti”. Sempre ambizioso, generoso, orgoglioso, permaloso. Poi la sua vita cambiò, scoprendo che la montagna più difficile del mondo era il Cerro Torre, in Patagonia, ancora inaccesso, poco superiore ai 3mila metri ma con altissime pareti verticali su ogni versante e flagellato incessantemente da tempeste.

Ci andò, e nel febbraio 1959 disse di aver raggiunto la vetta con il forte ghiacciatore austriaco Toni Egger. “Disse”, perché Maestri fu ritrovato ferito e semi-incosciente alla base della parete, e raccontò di aver raggiunto la cima in piena tempesta con Egger, che poi era caduto e morto durante la discesa (i suoi resti furono ritrovati, riemersi dal ghiacciaio, 15 anni dopo). Dopo qualche anno, nel mondo alpinistico inglese e americano emersero i dubbi sull’impresa di Maestri, prima sottovoce poi a gran voce. Chi si avventurava sulla sua via non trovava tracce del suo passaggio oltre i 300 metri dalla base. E la parete è di quasi duemila metri.

Dopo undici anni di crescenti polemiche, Maestri tornò al Torre nel 1970, ma questa volta armato di un compressore a benzina di 75 chili per trapanare la roccia e piantare i chiodi. Sì, perché nel frattempo da re dell’arrampicata libera era diventato campione di quella artificiale, e sulla Roda di Vael nel Catinaccio, una delle pareti più visibili di tutte le Dolomiti, su 400 metri di via strapiombante aveva infisso 300 chiodi forando la roccia, per dimostrare di essere il migliore anche in quel tipo di arrampicata. Sul Torre un’altra “scala di chiodi” piantati col compressore ma in realtà su una via molto diversa da quella del ’59, e oltretutto rinunciando a scalare il fungo di ghiaccio della vetta vera e propria. Di nuovo polemiche, sempre più accese, anni poi decenni di articoli, libri, convegni in cui lo stesso Maestri, peraltro, era reticente a tracciare il suo percorso del ’59 su fotografie o su enormi plastici costruiti ad hoc.

Un genio dell’alpinismo diventato, fino alla morte, prigioniero di una montagna che era il suo amato-odiato scopo di vita. E quindi prigioniero di una menzogna? O di una non verità, poi resa menzogna dai compagni di spedizione? Non lo sapremo mai fino in fondo, anche se a fine 2005 Ermanno Salvaterra, Rolando Garibotti e Alessandro Beltrami, tre dei migliori alpinisti patagonici del nostro tempo, riuscirono dopo quasi mezzo secolo a scalare fino in cima il Torre metro dopo metro lungo la supposta via di Maestri, senza trovare alcuna traccia delle decine di chiodi a pressione (quindi in teoria rimasti infissi per sempre) che il Nostro diceva di aver piantato. Lo stesso Salvaterra raccontò all’ottimo giornalista e scrittore Giorgio Spreafico che una volta Maestri gli ha persino detto che quella volta “forse non erano proprio andati in cima”, anche se poi, fino alla morte, ammissioni del genere non le ha mai più ripetute.

Di Maestri, oltre al ricordo di chi lo ha conosciuto sempre generoso ed entusiasta di vivere, e al ricordo dei bei tempi in cui l’alpinismo riempiva le prime pagine dei giornali, restano anche dei libri che sono tra i più belli della letteratura di montagna (e non solo) di ogni paese ed ogni tempo: Arrampicare è il mio mestiere, Duemila metri della nostra vita, …E se la vita continua. Caro Cesare, ci hai messo una vita per scalare quei duemila metri, ma ora ti basta un attimo per salire fino in cielo. 

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