MONTAGNA/ Ollier e Squinobal, la gioia di scalare è più forte del sangue

- Alberto Trevissoi

Le grandi salite dei fratelli Arturo e Oreste Squinobal, negli anni 70, non hanno niente da invidiare a quelle di altre storiche cordate “gemelle”

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I fratelli Squinobal sulla Cina del Cervino nel 1971 (foto dal web)

Ci sono fratelli che insieme hanno fatto la storia dell’alpinismo. Gli agordini Giovanni e Alvise Andrich, pionieri cent’anni fa del sesto grado sulla Civetta. Reinhold e Gunther Messner, i tedeschi Alexander e Thomas Huber… Nomi legati a vie leggendarie, e a tragedie altrettanto epocali. Una cordata di fratelli (e sorelle), comune nella montagna delle gite domenicali, è però rara nell’alpinismo di punta. La corda, cordone ombelicale tra normali compagni di cordata, lo è doppiamente tra fratelli, come tra genitori e figli, e diventa ancora più pesante di responsabilità e affetti in una scalata difficile. Ma ci sono state due coppie di fratelli, in Valle d’Aosta, che alla capacità di “prime” alpinistiche importanti hanno unito un amore coinvolgente per la montagna in tutti i suoi aspetti. Entrambe ce le ricorda Corbaccio in due bei libri della collana Exploits.

L’anno scorso con Fratelli e compagni di cordata di Guido Andruetto, che ci fa rivivere la storia di Alessio e Attilio Ollier, guide di Courmayeur, protagonisti sul Monte Bianco e non solo negli anni 60 e 70, con una prima invernale sulla Poire nel 1965 (tentata invano in precedenza da Walter Bonatti), e anche con salvataggi di grande rischio e dedizione a cordate di Bonatti, Desmaison e altri.

Ora, nella stessa collana, Corbaccio con Due montanari ripubblica la storia, raccolta da Maria Teresa Cometto, di Arturo e Oreste Squinobal, falegnami e guide di Gressoney che negli anni 70 spostarono molto più in là i limiti dell’alpinismo invernale, con le loro prime della cresta integrale di Peuterey e sulle pareti sud e ovest del Cervino. “Il cammino della sofferenza”, così Gian Piero Motti nella sua storia dell’alpinismo definiva le scalate invernali in alta quota, secondo lui un calvario masochistico di fatiche disumane. Ma non c’è nessuna traccia di sofferenza nei racconti dei fratelli Squinobal, tranne che nella straziante morte nella tormenta di un compagno di cordata. Al contrario, c’è la gioia della montagna da vivere sempre e comunque, come sin da bambini hanno fatto, in estate e in inverno, nelle dure condizioni della casa e dell’alpeggio di famiglia.

La stessa gioia che trasmette ora Marta, figlia di Arturo, a Paolo Cognetti, che ha scritto una bella postfazione alla nuova edizione del libro. La gioia di chi ama la montagna ci sarà sempre, finché ci saranno figli di montanari che la sappiano trasmettere ai loro figli, e ai figli dei figli. E scrittori che ce la ricordino.

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