MORTE KENZO/ Antonio Marras: “lui era, anzitutto, una persona felice”

- int. Antonio Marras

Antonio Marras sulla morte di Kenzo: «Ho il ricordo di un uomo sorridente». Lo stilista italiano, per anni al timone creativo del brand, ricorda Kenzō Takada: «Avevamo molto in comune»

Kenzo Takada (Lapresse) Kenzo Takada (Lapresse)

La morte di Kenzō Takada per complicanze dovute al Covid colpisce il mondo della moda negli stessi giorni in cui a Parigi si svolge la fashion week. Parigi: la città che negli anni Settanta-Ottanta lo ha visto affermarsi come designer, primo fra gli stilisti giapponesi a combinare la cifra stilistica nipponica con quella francese ed europea: il rigore giapponese con l’estetica floreale, le linee pulite con le esplosioni cromatiche. Lo ricordiamo con Antonio Marras, che è stato direttore artistico del brand fino al 2011: «È stato un designer unico e in questa unicità tutti i grandi non hanno potuto fare a meno di copiarlo, di trasferire il suo orientalismo nelle loro collezioni», dice lo stilista di Alghero. Ma Kenzo non fu ‘soltanto’ uno stilista, fu prima di tutto un uomo eclettico, ironico e fantasioso che amava mescolare la moda con altri linguaggi, la pittura, il cinema, il teatro: «Ho il ricordo di un uomo sorridente – racconta Marras –, gentile e soprattutto educato, che aveva un’empatia immediata con tutte le persone. Era sempre disponibile, un giapponese sui generis perché sembrava più italiano nel suo modo di fare. Aveva sempre questo sorriso che poteva sembrare finto ma poi era vero, era uno molto felice».

 

Il brand Kenzo venne acquistato dal colosso francese LVMH nel 1993, Kenzo avrebbe annunciato il suo ritiro sei anni dopo. Marras sarebbe arrivato al timone creativo nel 2003, una personalità eclettica, uno stilista e artista a trecentosessanta gradi, una sintesi di rigore ed estro creativo per tanti versi vicina a quella di Kenzō Takada: «È stata un’esperienza molto bella – ricorda Marras –, intensa, faticosa, laboriosa, partecipata. Il mio modo di procedere era agli antipodi con quello che avevano fatto fino a quel momento, poi sono stati otto anni, quindi è andata bene. So che Kenzo ha avuto parole lusinghiere sul mio operato». Una somiglianza, la loro, che non è sfuggita ai collaboratori più vicini: «Chi ha lavorato sia con lui che con me mi ha riferito che il suo modo di lavorare era come il mio: gli accostamenti azzardati, il mix di tessuti, lo stesso modo di toccare i tessuti, mescolare le cose, i fiori con i quadri, con i pois». «Io e Kenzo avevamo un sacco d’interessi in comune – racconta Marras –, ma soprattutto c’era l’amore per questo lavoro, il trasporto per le cose che si potevano fare, per le cose che ci piacevano».

 

Proprio nei giorni in cui volge al termine la Paris Fashion Week, in un momento storico in cui più che mai diviene cruciale lo scambio di linguaggi, la moda francese perde dunque uno dei capisaldi storici di questo dialogo, di quella compenetrazione di Oriente e Occidente che è stata la cifra creativa di Kenzo come designer: «Nell’uso del colore è stato un innovatore e un precursore – spiega Marras –, dirompente come giapponese che arriva a Parigi e porta la sua cultura, la mescola, la amalgama con quella europea. Questo era un atto rivoluzionario perché tutti gli altri giapponesi che erano arrivati con lui, come Yohji Yamamoto, Issey Miyake, erano molto rigorosi, concettuali, mentre l’esplosione di colori era la caratteristica che rendeva Kenzo unico».

 

Il Covid falcia vittime, negozi, posti di lavoro, mette in crisi un comparto vitale come quello del retail, costringe a ripensare il ruolo della moda, figurativamente e concretamente. Mette in discussione il fast fashion (chiudono migliaia di negozi delle grandi catene) ma anche brand storici (si pensi da ultimo all’italiano Rifle dei fratelli Fratini). «Non so cosa ci riservi il futuro – dice Marras –, questo presente incerto è molto preoccupante, abbiamo azzerato tutto, ci sarà un prima e un dopo, una linea di demarcazione forte, profonda e dolorosa: la riduzione dei posti di lavoro e dei negozi, la contingentazione delle presenze, le sfilate virtuali sono cambiamenti che incideranno sull’approccio alla moda, sul rapporto con il negozio ad esempio, non a caso molti monomarca stanno chiudendo». «Di positivo – conclude – c’è che forse la pandemia ci ha aiutato a diventare più riflessivi, meno dispersivi, meno ‘bulimici’: prima c’era un bisogno continuo e spasmodico di sfornare collezioni una dopo l’altra. Ora c’è più attenzione e consapevolezza, c’è più focus. Per quanto mi riguarda sto cercando di limitare le cose che fino a ieri erano smisurate, il non necessario. Tutto deve avvenire comunque, ma avviene oggi in maniera più meditata. C’è più spazio per la riflessione, per la concentrazione, non si fanno le cose soltanto per farle. Bisogna essere più precisi, più prudenti».

 

(Emanuela Giacca)





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