RICORDO DI CHIEFFO/ Il figlio Benedetto: un’eredità ancora viva

- La Redazione

BENEDETTO CHIEFFO descrive il tesoro di canzoni e insegnamenti lasciati dal padre Claudio, a un anno dalla sua morte. Vai allo speciale “Chieffo, un anno dopo…”

Chieffo_padre375x255_210808

Molte persone, molto più autorevoli di me, hanno già detto ogni bene delle canzoni di mio padre.
Mesi prima di morire mi ha chiesto più volte di incidere quelle che non aveva  avuto la possibilità di incidere, non solo perché la mia voce è quella che più somiglia alla sua, non solo perché le conosco molto bene…, si tratta della consegna amorosa di un’eredità e un compito che mi ha lasciato; per me, ma anche per tutti.
Perché ho deciso di cantarle in concerti? Innanzitutto l’incontro con l’esperienza di mio padre è passato prevalentemente attraverso tale forma, una scelta che lui ha voluto e di cui anch’io ho fatto, a mio modo, esperienza. Quindi per vivere la memoria del suo fare musica, per rendere ragione della sua vocazione e della sua vita, mi interessa andarne sempre più all’Origine, anche dentro l’esperienza concreta della dignità artistica del concerto.
Cantare le sue canzoni, impararle e interpretarle secondo la mia sensibilità (e non come “fotocopia vocale”) è rivivere lo stupore del sentirle la prima volta: parole, melodia, ritmo delle canzoni diventano paragone con la sua genialità incarnata in una storia e sono possibilità di farne esperienza, secondo una modalità personale, che si evolve e speriamo maturi, man mano che si impara a riconoscerla come dono.
Così, rispondendo a una richiesta, ho iniziato ad andare in giro a cantare e ho scelto alcuni primi amici (Stefano Picciano, Giovanni Fasani, Carlo Gramegna, Flavio Pioppelli e soprattutto Fabrizio Scheda) con cui condividere questa esperienza e riproporre l’incontro con la musica e le parole di Claudio Chieffo nella forma più adeguata perché arrivi “dritta al cuore”.
Voglio continuare a farlo perché le canzoni di mio babbo sono vere e, così come aiutano chiunque le ascolti attentamente, aiutano anche me. Sono fra i Segni che più mi sostengono nella mia vita. Direi che sono il primo Segno (insieme a mio padre e mia madre) dell’amore buono di Dio per me.
Le ho sempre cantate per me, fra me e me, ai gesti della mia comunità, ai battesimi, ai matrimoni dei miei amici, ai funerali… poi mi hanno chiesto un concerto e poi un altro e poi un altro, e ogni volta vedo le persone, anche sconosciute, commosse.
Perché questo accade? Perché in quelle canzoni c’è la Verità della vita di mio padre e dunque c’è quello che ognuno attende. In una delle sue ultime canzoni, dedicata a don Giussani e a don Carròn, ha scritto: «Il ragazzo del campo, il ragazzo che cantava / non aveva mai visto il Destino, / e l’abbraccio del Padre, l’abbraccio che cercava / incendiò come il sole il mattino». È quello che misteriosamente vedo accadere ancora nei concerti, a chi ascolta le nostre canzoni.
Indegnamente, attraverso la mia voce e la mia esperienza posso ridonare queste canzoni e questo messaggio al nostro popolo e a chiunque abbia ancora vivo, anche se profondamente nascosto, il desiderio di quell’Abbraccio.
E io non solo sento mio babbo più vicino, ma mi accorgo che «quel mondo lontano lontano ora è sempre più vero».

(Benedetto Chieffo)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori