KEITH JARRETT/ Con Gary Peacock e Jack DeJohnette, 30 anni di successi jazz

- Angelo Oliva

Tutto in una esibizione di Keith Jarrett è insolito, ma questa volta la leggenda del jazz non fa i capricci e il concerto diventa un evento. Keith Jarrett al suo meglio. Di ANGELO OLIVA

Keith_Jarrett
Keith Jarrett (Foto: Infophoto)

Inizia in modo insolito l’appuntamento del Vittoriale di domenica 21 luglio. L’artefice è Keith Jarrett, leggenda del jazz in scena con Gary Peacock al contrabbasso e Jack DeJohnette alla batteria. L’artista negli ultimi anni oltre ad aver suonato e scritto brani importanti, ha collezionato tante stravaganti “disavventure” le quali, spesso, hanno penalizzato i suo fan, non ultimi quelli intervenuti ad Umbria Jazz vedendolo – si fa per dire – suonare al buio. Anche il solito annuncio della serata è “insolito”. Il promoter dal palco recita una serie di regole ferree. Le stesse che ritroviamo sul volantino distribuito a tutto il pubblico intervenuto: no photo, no mobile, no smoke.
Ormai il momento è arrivato. La tensione è alta. Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack DeJohnette, il trio, entrano in scena, salutano il pubblico in rigoroso silenzio, (sembra una messa) inchino e si parte . How deep is the ocean e Woody’n you sono perfette nonostante l’atmosfera sia “asettica”. Jarrett si alza e procede verso le quinte. Si teme il peggio, l’irreparabile. Falso allarme. Forse chiede solo qualcosa di tecnico. Si riprende a suonare. Il ritmo rallenta e si diventa più intimisti con Ballad of all the sad young men. Applauso pacato e misurato del pubblico intimorito. Il ritmo sale con Is the really the same. Jarrett canticchia le note che esegue, come a sottolineare un momento forte e intimo con il suo pianoforte, rigorosamente Steinway Model D 9-Foot fornito da Fabbrini di Pescara. L’unico che suona nei suoi concerti.
Applausi del pubblico ma niente di eccessivo. Il servizio d’ordine questa sera è imponente e controlla scrupolosamente l’andamento del concerto e la famosa regola del tre: no photo, no mobile, no smoke. Lo spettacolo continua. Lonely old town è dolce e pacata. Magnifico e sognante l’assolo di Gary Peacock al contrabbasso che con le dita accarezza letteralmente le sue corde. Sì torna al jazz più classico con Things ain’t what used to be di Duke Ellington. L’atmosfera é magica. La musica è quella dell’anima: il jazz. il Benaco sullo sfondo con le luci delle barche dei pescatori è un immagine che scalda il cuore. La tensione di inizio concerto, brano dopo brano, si affievolisce e l’ascolto del pubblico diventa più sereno e partecipe. S’inizia piano piano a godere a pieno del momento unico ed irripetibile di grande storia del jazz. Persino Jack DeJohnette alla batteria sembra capirlo e regala un suggestivo assolo. E’ tempo di pausa. Il tempo di rifrescarsi, riprendere la concentrazione giusta e sì riparte.
Answer me my love è molto intimo. Sembra quasi sia dedicato alla luna che piena, illumina la notte e si riflette sul lago. É magia. Il jazz dalle atmosfere da locale anni 40 ritornano a sorvolare il Vittoriale con If I were a bell. Jarrett suona in piedi il suo assolo e canticchia, inseguendo le note sulla tastiera del pianoforte con leggerezza e potenza. Il pubblico ormai é vivo e risponde come dovrebbe agli assoli dei musicisti: con un vero e sentito applauso, spontaneo e sincero. Jarrett apprezza e continua senza storcere il naso. L’empatia ha trovato un suo canale ed ha messo in comunicazione pubblico ed artista. Quello che ci si aspetta da un concerto jazz con artisti così grandi e talentuosi. Jarrett sembra aver capito e parte con I’m a fool to love you, come ha voler ringraziare il pubblico attento e concentrato del Vittoriale. Fuochi d artificio dalla sponda opposta, sottolineano l’esplosione che avviene sul palco. E’ tempo di saluti. 

Il concerto è finito e Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack DeJohnette escono di scena. Il pubblico acclama il trio e loro non si fanno attendere. Rientrano. I fuochi dell’altra sponda risuonano nell’anfiteatro e Jarrett pronuncia le uniche parole di tutta la serata “We just wait”. Poi guarda i fuochi e dice “Finale” in un perfetto italiano. Il pubblico ride. I fuochi terminano e lui riparte con il suo pianoforte. Quasi non riconosciamo Keith Jarrett questa sera. Pacato, partecipe, accomodante ed a tratti quasi simpatico. Questa è ciò che fa la differenza tra un vero fuoriclasse e gli altri: stupire sempre, nel bene e nel male con serietà. Il bis é When I fall in love intimo e intenso proprio come un arrivederci. Quello che Jarrett lascia al suo pubblico, attento e soddisfatto, anche di aver rispettato le sue regole. Stasera é in vena Jarrett e concede anche il secondo bis con Straight no chaser di Thelonius Monk. Strana e imprevedibile questa serata. Forse un vero momento unico in cui Keith Jarrett smentisce con i fatti le sue stravaganze tanto chiacchierate e, per nostra fortuna, non vissute. Dopotutto, domani è un altro giorno!



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