ESCLUSIVA/ Bob Dylan, The Witmark Demos: 1962-1964 (The Bootleg Series Vol. 9)

- Paolo Vites

Il prossimo 19 ottobre esce una raccolta di registrazioni inedite del primo Bob Dylan. La analizza in anteprima PAOLO VITES

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Nel novembre 2001, un paio di mesi dopo gli attentati alle Torri Gemelle, Bob Dylan si trovava sul palco del Madison Square Garden a New York. Solo un’altra tappa del suo Never Ending Tour, il tour senza fine, ma non solo quello, come sempre – o quasi – quando è coinvolto il più significativo autore di canzoni del Novecento.

Era successo che, alla luce di quella tragedia, il bel mondo del rock si era dato appuntamento in vari eventi benefici, Telethon e quant’altro. Tutti, ma proprio tutti, da Bruce Springsteen agli U2 erano sfilati davanti alle telecamere. Mancava all’appello solo uno, Bob Dylan, prontamente accusato dalla intellighenzia dell’usuale menefreghismo e individualismo che lo caratterizzerebbero. Sul palco del Madison Square Garden, quella sera Bob Dylan avrebbe tuttavia regalato una delle sue più toccanti e coinvolgenti performance della sua pluridecennale carriera: era evidente a tutti che sentiva profondamente il suo essere a New York a poche settimane dall’immane tragedia che l’aveva colpita.

E per chiudere certe bocche che parlano sempre troppo, a un certo punto se ne uscì così: «La maggior parte delle canzoni che avete ascoltato stasera è stata scritta a New York. Nessuno dovrebbe chiedermi che cosa provo per questa città». Gli scroscianti applausi mandarono a casa ogni maldicenza. E se volete sapere di quali canzoni stava parlando quella sera, e quando furono scritte, non è sufficiente fare riferimento alla sua discografia ufficiale, quella manciata di capolavori incisi tra il 1963 e il 1966, dischi che rispondo ai nomi di “The Freewheelin’ Bob Dylan” o “Blonde on Blonde”.

Bisogna fare riferimento anche a un patrimonio sommerso, dozzine di incisioni che magari non hanno mai visto la luce su dischi ufficiali, o che su questi dischi sono arrivate in forma del tutto diversa. Nel periodo che va dal 1962, anno di uscita del suo primo, omonimo album, e il 1964, anno dell’ultima incisione acustica prima della svolta elettrica, Bob Dylan infatti registra per la casa di edizioni newyorchese Witmark Publishing una mole impressionante di canzoni.

Lo scopo è di mettere su nastro incisioni che altri cantanti più famosi di lui potranno pubblicare e portare magari in classifica. Oppure di fermare per se stesso momenti di ispirazione su cui tornare più tardi per dar loro forma definitiva. Altre ancora verranno lasciate lì perché semplicemente non degne di apparire su alcun disco, che fosse di Bob Dylan o di altri artisti. Anche se la qualità media di una canzone di Bob Dylan, anche di quelle meno belle, farebbe la gioia di qualunque altro cantautore…

Sono due anni di esplosione creativa impressionante: la persona che le compone e le incide ha, in questo lasso di tempo, inizialmente 20 anni; alla fine, quando lascia gli studi dopo aver completato una versione per solo pianoforte di Mr. Tambourine Man, nel gennaio 1964, non ne ha ancora compiuti 23. Il 50% della mole dei suoi capolavori è tutta qua dentro, da Blowin’ in the Wind a Masters of War, passando per A Hard Rain’s Gonna Fall ad appunto Mr. Tambourine Man.

 

 

In mezzo, oltre a decine di altre canzoni di valore come la dolce Mama You Been on My Mind, non c’è solo l’esplosione creativa di un genio precoce che passa dall’essere – parole sue – “un Woody Guthrie juke box” a diventare il poeta anfetaminico della rivoluzione lisrgica che lui stesso farà esplodere con brani come Like a Rolling Stone e le visioni da incubo del tipo Baudelaire sotto Lsd di "Highway 61".

In mezzo c’è anche la storia d’America, che in quei due anni vivrà allo stesso modo di Dylan una spinta e una trasformazione sociale e politica impressionanti. Da paese cioè ultra razzista in cui i neri non possono neanche andare nelle università (e Dylan canta questi passaggi epocali, in questa raccolta, ad esempio in Oxford Town, che parla proprio dei primi neri ammessi all’università d Oxford) al paese delle marce di Martin Luther King (ed ecco The Times They Are A-Changin’, scritta proprio dopo il discorso di Luther Kign a Washington, qui ascoltabile in un affascinante versione voce e pianoforte) al paese della rivoluzione dei figli dei fiori.
 

Certo, questo nuovo episodio della Bootleg Series (il nono) non è il classico disco che si consigli a chi voglia, giovanissimo, approcciare Bob Dylan per la prima volta. Altri, quelli sui 50 anni e dintorni, gran parte se non tutto questo materiale lo hanno già da anni, disponibile appunto sotto forma di bootleg, quelle circolazioni discografiche clandestine che per anni hanno deliziato e ossessionato i fan più assidui, i completisti ad ogni costo.

 

Tra i possibili acquirenti di questo doppio cd (contenente in tutto 47 canzoni) c’è anche chi desidera semplicemente mettere ordine in produzioni appunto clandestine e quindi caotiche e mal assemblate, sistemando così un altro tassello nel grande puzzle di quello che è stato il più affascinante e appassionante momento culturale del Novecento, l’esplosione dei geni musicali dei Bob Dylan, dei Beatles e di tanti altri.

Che, incredibilmente, bruciarono la gran parte del loro genio in un periodo brevissimo e a un’età giovanissima. Per quando questi personaggi avrebbero compiuti i 30 anni, avevano già detto tutto quello che avevano da dire. E così la storia del rock. A noi, quarant’anni dopo, resta la gioia semplice che dà ascoltare una prima versione della meravigliosa Boots of Spanish Leather, ad esempio, con Dylan che scherza in apertura, commentando: «Qua si impone un problema. Un problema da risolvere, ricordarsi le parole giuste». Ride e parte senza alcun problema di ricordare o meno le parole di uno dei brani più commoventi della intera stagione del movimento folk degli anni 60.

Ascoltare queste registrazioni è allora come aprire di schianto una porta, uno stargate spazio-tempo: ce lo vediamo lì, il giovanissimo Dylan con l’aria del ragazzotto di campagna che aveva in quei primi giorni newyorchesi, mentre fuori delle finestre degli studi della Witmark impazza e sbeffeggia il traffico caotico della Grande Mela. Lui probabilmente non se ne rendeva conto, ma non stava solo registrando delle canzoni: stava registrando la storia.

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