BOB DYLAN/ Il concerto di Milano all’Alcatraz: blues e sangue

Bob Dylan, per la prima volta in Italia, si è esibito in una piccola discoteca davanti a circa duemila spettatori. La recensione di PAOLO VITES

24.06.2011 - Paolo Vites
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Bob Dylan all'Alcatraz di Milano, foto di Paolo Brillo (Ansa)

Il grosso bus nero dai vetri oscurati è parcheggiato proprio di fronte all’ingresso dell’Alcatraz, la discoteca rock che negli anni ha ospitato le più grandi star di questa musica, da Lou Reed a Patti Smith fino a Nick Cave e molte altre. Ne mancava ancora una all’appello, la più famosa di tutte, per battezzare definitivamente come nuovo tempio del rock il locale che contiene non più di duemila spettatori, buona visuale, sonorità ancor meglio: niente a che vedere con i palazzetti dello sport o i parcheggi adibiti a concerto di Milano.

Bob Dylan, che meno di un mese fa ha compiuto 70 anni, è lì dentro al bus. Dal locale escono cinque personaggi dinoccolati vestiti di abiti grigi eleganti, Borsalino nero in testa, l’aria da mafiosetti di Little Italy anni Cinquanta. Si fermano davanti al pullman con aria apparentemente disinteressata, poi le urla delle persone dietro le transenne svelano che il loro boss, che sono venuti a “prelevare” in autentico stile “ci manda don Vito Corleone” scende sul marciapiede. Lo circondano stretto, un paio di loro gli nascondono il volto dietro dei fogli di carta e lo portano dentro. Sta per consumarsi un’altra strage di San Valentino, stile Al capone? No: loro sono la sua band, lui è il capo, Bob Dylan. Funziona così in questo pazzo circo del rock’n’roll, per un uomo che è tutta la vita che si nasconde a paparazzi, ma anche ai fan…, e forse anche a se stesso. Fra poco sta per cominciare il concerto, la prima volta in Italia dopo circa trent’anni che Bob Dylan ha deciso di esibirsi in un luogo così intimo, per così pochi spettatori. Ci si aspettano delle sorprese, e ce ne saranno.

E dire che Bob Dylan sono anni che non sorprende più; lui, the joker, che aveva fatto dell’improvvisazione più sfrenata arrivando a rivoltare arrangiamenti e scalette sera dopo sera, stupendo pubblico e lasciando interdetti critici e intellighenzia varia, da tempo si era avviato su un tranquillo pensionamento rock fatto di un sicuro “greatest hits” sempre identico sera dopo sera. Una band anonima di anonimi e banali musicisti, una sorta di ritiro a Las Vegas per una star da dimenticarsi, lanciando lui stesso il sospetto in uno dei suoi brani più recenti “Sono una star finita”. Invece all’Alcatraz, complice anche il ritorno nelle file della sua band dello straordinario chitarrista texano Charlie Sexton, con lui già una decina di anni fa, qualcosa è successo.


“Because something is happening here, and you don’t know what it is, do you, Mr. Jones?”
: ci ha fatti sentire tutti un po’ dei Mr. Jones l’altra sera, Bob Dylan, spiazzandoci come solo lui un tempo sapeva fare. L’inizio concerto sembra adagiarsi sulla medesima routine degli anni recenti: lui, che suona un’improbabile organo Hammond malamente, anche se il pezzo è Leopard Skin Pill-Box Hat, dai solchi gloriosi del più grande vinile di tutti i tempi, “Blonde on Blonde”. Per il secondo brano invece tira fuori la vecchia Stratocaster e, forse pensando di essere a Roma invece che a Milano, dedica al pubblico italiano una sentita When I Paint my Masterpiece, che incomincia così: “Le strade di Roma sono piene di spazzatura”. O forse pensava di essere a Napoli.

Sta di fatto che il concerto ha di nuovo un momento di calo di tensione: una annoiata I Don’t Believe You, un altro scampolo dai sixties (a proposito: nessuna canzone “di protesta” in scaletta a dimostrazione che le polemiche sui concerti cinesi erano davvero banalmente inutili e costruite ad arte), una Summer Days che ha perso tutto il divertimento swing che aveva anni fa per diventare uno cupo e denso hard boiled blues. La cifra musicale che sembra emergere brano dopo brano, per l’uomo che, come dice l’introduzione che da anni lo accoglie sui palcoscenici, “mise a letto insieme folk e rock” è il blues. E il blues, quello più pericoloso, denso di zolfo demoniaco, quello che mentre sembra arrendersi a Satanasso ha ancora la forza di implorare il perdono e la redenzione, sfocia impetuoso, incontenibile a metà serata, che sarà anche la svolta dello show. Da solo al centro del palco, davanti al microfono, una mano in tasca e nell’altra l’armonica, lascia fuoriuscire un brano della recente produzione, Can’t Wait. Ma fermo davanti al microfono non ci resiste a lungo, mentre la canzone si fa sempre più incalzante, maledicente e implorante allo stesso tempo.

Strappa il microfono dall’asta e comincia a vagare cantando da un lato all’altro del palco, si piega in due, si cela ai riflettori e si nasconde nelle ombre davanti a un pubblico che ormai è incontenibile e che come a una celebrazione in una chiesa perduta nel profondo dell’Alabama risponde con le urla al sermone del suo predicatore. Che esplode dal profondo di quella voce rotta e sgraziata che l’età e oltre 40 anni di palcoscenici gli ha lasciato: “But I don’t know I don’t know I don’t know I don’t know…. how much longeeeer” fino all’urlo orrido e straziante CAN’T WAIIIIIT! Non so quanto potrò aspettare la salvezza della mia anima. E’ come se Tom Waits, Van Morrison e Nick Cave si fossero dati appuntamento a Milano, l’altra sera.

Succede lo stesso durante una esaltante Ballad of a Thin Man, ancora blues denso, densissimo, dedicata consciamente o meno a quel pubblico che in fondo, per quanto esso creda, non l’ha mai capito veramente, perché quello è il destino dell’Artista, essere da solo in faccia al mondo, viaggiando per percorsi che ai comuni mortali non sono dati da percorrere, in un tempo immemorabile.

“Do YAAAAAAAA Mister Jones”:  nera come non mai. Probabilmente oggi non ci sono in giro neri capaci di cantare il blues come Bob Dylan, che l’ha talmente trasceso da forgiarlo per l’eternità. Quando poi si rimette alle tastiere e lascia andare un commovente Visions of Johanna, ancora da “quel” disco là, è chiaro che ancora una volta Bob Dylan è riuscito nella sua missione ii riprotare tutto a casa: “Ho avuto delle ambizioni di cui non potevo fare a meno” ha detto una volta “e come in una odissea, in qualche modo dovevo trovare la strada di casa. Capii che dovevo ritrovare quella casa che avevo lasciato tempo addietro e che non riuscivo a ricordare dove fosse esattamente. Ma ero sulla strada di casa. E incontrare ciò che ho incontrato su questa strada, era proprio come lo avevo previsto. In realtà, non avevo alcuna ambizione. Sono nato molto lontano da dove avrei dovuto nascere e perciò sono sulla strada di casa”. La casa, dove ognuno di noi è diretto. In questo senso Forgetful Heart, cuore misericordioso, cantata ancora con il microfono in mano, è una preghiera, al cuore, e a quello che di grande il cuore contiene. Poco importa se il finale non meraviglia così come successo in questi pezzi: anche un classico come Like a Rolling Stone diventa fiacco e privo di mordente. Ma va bene lo stesso. Ci pensa una Blowin’ in the Wind recitata invece che cantata a chiudere il cerchio.

Fuori dell’Alcatraz, il grande bus nero ha motore e luci accese. Alcuni spettatori sono di nuovo dietro le transenne quando spuntano alla rinfusa i mafiosi del pomeriggio, adesso madidi di sudore e le camicie aperte sul petto. Spunta anche Bob Dylan, e nessuno che lo nasconde più. Anzi, una bambinetta lo avvicina e gli porge un gran mazzo di fiori. Lui si ferma, sorride, lo prende e lancia un saluto silenzioso. Sale sul bus e scompare nella notte. Sulla strada verso casa: la Casa.

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