I NUMERI/ I giovani mandano “in pensione” la riforma Fornero

- Gianni Zen

Perché si crei occupazione, specie per i giovani, non contano le norme, ma la prassi applicativa, che oggi – spiega GIANNI ZEN – richiede in particolare innovazione, ricerca, formazione

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Elsa Fornero (Infophoto)

È diventato una sorta di refrain, cioè un ritornello. L’invocazione, cioè, di un concreto raccordo tra formazione e lavoro come via d’uscita privilegiata alle nostre difficoltà occupazionali. Il segretario aggiunto della Cisl, Giorgio Santini, è andato oltre la mera invocazione: dobbiamo ridare un’anima, questa la sua idea, al rapporto tra scuola e lavoro, anche attraverso l’istituzione di una materia obbligatoria a scuola, centrata su orientamento e tirocinio.

Questa proposta è uscita dai lavori di presentazione del “Rapporto 2012” di Veneto Lavoro, incontro tenutosi nei giorni scorsi in provincia di Treviso. Il titolo del Rapporto è emblematico: “Un lento dimagrimento. Le ricadute della crisi nel sistema occupazionale”. Dal marzo 2008 al marzo 2012 sono stati 80.000 i posti di lavoro persi nel solo Veneto. Una delle poche locomotive italiane. Ricordo, solo, che il Pil prodotto dalla provincia di Vicenza equivale al Pil prodotto dalla Grecia e che l’esportazione vicentina è ben superiore a quella greca. È la forza del nostro manifatturiero, secondo in Europa solo alla Germania.

La creazione di nuovi posti di lavoro, dipendenti e non, non ha compensato, quindi, le perdite, in particolare nei settori meccanico, delle costruzioni e del legno. Un prezzo pagato soprattutto dalle fasce giovanili. In tre soli anni, dal 2008 al 2011, i giovani dipendenti sono passati da 400.000 a 350.000 unità. Un calo che è legato, sostanzialmente, al ritardo di ingresso nel mercato del lavoro pari mediamente a un anno. Nonostante questo, nel 2011 il Veneto ha avuto una lieve crescita dello 0,6%; per il 2012 le stime parlano invece di un calo dell’1,6%.

Il caso del Veneto la dice lunga sulla difficile situazione italiana. Anche in relazione alle tante discussioni sulla riforma del lavoro da tempo al centro del dibattito. Una discussione, lo dobbiamo ammettere, che ha prodotto almeno, nel corso di questi mesi, alcune evidenze comuni, condivise da tutti come problemi aperti, meno sulle ricette da adottare, per via di quei “diritti acquisiti” pensati indipendentemente dai “doveri”, cioè dalle responsabilità.

A questo proposito mi viene in mente l’intervento di Sergio Marchionne del marzo scorso di fronte agli studenti della Bocconi: “I diritti sono sacrosanti e vanno tutelati”, però “dobbiamo tornare a un sano senso del dovere, alla consapevolezza che per avere bisogna anche dare”; “se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo”; “dobbiamo riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione dell’oggi e soprattutto del domani”; “ciò che raccomando è di andare oltre l’ovvio e il conosciuto”. Un invito, di considerare i diritti legati ai doveri, cioè alle responsabilità, che mi riporta alla mente l’ultimo intervento di Aldo Moro, al gruppo Dc della Camera, del febbraio 1978. La nostra non può essere, in sintesi, l’epoca dei soli diritti staccati dai doveri. Un messaggio profetico.

Non si può, quindi, continuare a parlare di soli diritti, come entità astratte, a prescindere dal concreto della storia quotidiana. Questo limite (ideologico) ho notato essere una costante di molti studiosi. Anche Stefano Rodotà, nel suo recente intervento al convegno del 9 giugno scorso della Fiom, ha più volte parlato dei diritti come entità astratte, staccati dalla fluidità della complessità quotidiana. Un limite e un’incapacità che ancora oggi obbligano i nostri mondi sindacali e politici a vedere la logica del lavoro in termini di contrapposizione e lotta tra imprese e lavoratore, invece di pensarlo come bene comune.

La fonte del diritto, in poche parole, non è lo Stato, ma la persona. Ed è proprio in ragione di questa convinzione che va ripensato il diritto al lavoro. Come ha, giustamente, sottolineato su queste pagine Giuliano Cazzola commentando un recente saggio di Michele Tiraboschi. Un diritto non “a prescindere”, ma calato e costruito in relazione alle reali condizioni sociali ed economiche. Questa è la consapevolezza che manca nelle nostre discussioni sulla riforma del lavoro. Col risultato che, a rimetterci, sono le giovani generazioni, nel senso di un sistema che privilegia i diritti dei padri a danno dei diritti dei figli. Che garantisce cioè i garantiti. Che privilegia come modello il lavoro subordinato a tempo indeterminato, tipico della cultura fordista-taylorista, di contro a una complessità e varietà dei moderni modi di lavorare, di scegliersi uno stile di vita, di costruirsi modelli diversi di occupabilità.

Il ripensamento del diritto implica, da un lato, nuove modalità di ingresso nel mondo del lavoro, secondo reali opportunità e con un sistema formativo adeguato, dall’altro nuovi modelli di tutela del “lavoro standard”. Visti, però, i dati drammatici sulla disoccupazione giovanile, aggiornati dall’Istat e da Bankitalia, conviene puntare l’attenzione sui rilievi di Tiraboschi, ripresi da Cazzola, sulle modalità di ingresso nel mondo del lavoro, in particolare i raccordi tra scuola e impresa.

E qui l’attenzione va riposta soprattutto sull’apprendistato, sul suo ruolo fondamentale, perché per combattere la disoccupazione giovanile non valgono tanto le norme sulle assunzioni o sui licenziamenti, quanto piuttosto sui percorsi di formazione e transizione. Questo è il punto fondamentale. Sappiamo, ad esempio, quanto siano deboli in Italia gli strumenti di transizione tra scuola e lavoro, quanto cioè siano precarie le politiche attive del lavoro, quanto sia fragile il raccordo tra scuola-università-imprese.

La soluzione è indicata: i paesi possono uscire dalle attuali difficoltà sono rendendo operativo e diffuso il contratto di apprendistato, lo stesso che permette di avere già oggi, nei paesi europei continentali, tassi di disoccupazione giovanile contenuta, anche in questi anni di crisi. Questi paesi ce lo insegnano: se l’apprendistato funziona, i giovani riescono davvero a trovare lavoro. Ma in gioco, al fondo, non devono contare i contratti secondo una logica di mera convenienza, ma le competenze che gli stessi riescono a far maturare nei giovani. Le aziende assumono apprendisti, cioè, perché convenienti economicamente o per trasmettere loro conoscenze e competenze?

Ricordo che i giovani apprendisti sono diminuiti, dal 2009 al 2010, di 100.000 unità, passando da 645mila a 541mila. A calare sono stati, soprattutto, i contratti in diritto-dovere, quelli che portano i giovani al diploma: da 278mila a 142mila. Diversamente dalla Germania, i giovani italiani scelgono quasi al 50% il liceo. Con tutte le difficoltà dei percorsi liceali in termini di “occupabilità dei titoli di studio”. Non solo, da noi l’apprendistato è solo per maggiorenni. Qui il problema è culturale. Non c’è percezione di prestigio sociale, non c’è pari dignità, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Vecchi retaggi.

All’estero lo scopo dell’apprendistato non è solo creare lavoro, ma lavoro di qualità, di alto livello. In Italia, il compito è in mano alle Regioni, come percorso di serie inferiore, rispetto ai licei. Secondo l’Istat, solo un giovane su quattro è coinvolto in una formazione pubblica regionale; per gli altri ci si affida al buon cuore delle aziende: ma, lo sappiamo, l’88% delle aziende sceglie l’apprendistato non per fini formativi, ma per mera convenienza contrattuale.

In conclusione, ritengo sia arrivato il tempo di rappresentare l’urgenza da più parti avvertita di girare pagina, anche nel mondo del lavoro. Oltre la stessa riforma Fornero. Credo perciò che sia conclusa la fase della concertazione come metodo di decisione pubblica. Mi spiego: la concertazione va ricondotta alla complessità della vita del lavoro, ma non alla responsabilità politica generale, compito di un governo che deve guardare oltre gli interessi corporativi. In altri termini, il lavoro non si crea per decreto: le norme possano solo regolare, non prescrivere, la fluidità sociale. Alla fin fine, non conta il dettato, ma la prassi applicativa dello stesso dettato normativo. E questa prassi oggi chiede in particolare innovazione, ricerca, formazione.

Quando penso alla formazione, però, l’attenzione va anche agli stages, da ripensare in termini qualitativi, alle esperienze di alternanza, a una vita aziendale da rifondare in ragione di queste esperienze, non più subite, come troppo spesso ancora oggi accade. Credo però, infine, che sarà la forza della realtà che imporrà i prossimi traguardi riformatori, oltre gli steccati del passato, oltre gli slogans dominanti, oltre le polemiche, oltre le corporazioni.



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