I NUMERI/ Il part time, un ricatto? Gli italiani non sono “choosy” come la Cgil

- Martina Marmo

L’Istat ha diffuso i dati provvisori su occupati e disoccupati al novembre 2012, da cui emerge che siamo ai massimi livelli di disoccupazione dal 2004. Il commento di MARTINA MARMO

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Elsa Fornero (Infophoto)

Eccoci di nuovo a commentare i dati sulla disoccupazione. Di recente ne sono usciti di aggiornati, più precisamente l’Istat ha diffuso i dati provvisori su occupati e disoccupati al novembre 2012. E in questo ambito, ahi noi, è da fin troppo tempo che la novità non è mai portatrice di buone notizie: siamo infatti ai massimi livelli di disoccupazione dal 2004. Il dato a dir poco agghiacciante riguarda la popolazione giovanile in cerca di lavoro, perché per i giovani in età compresa tra i 15 e i 24 anni il tasso raggiunge il livello massimo del 37,1% addirittura dal 1992.

Questo è quanto tuonavano le agenzie di stampa di ieri e quanto turba – in modo più silenzioso ma non per questo meno vero e urgente – tutte le giornate di chi si confronta con il faticoso ingresso nel mercato del lavoro. Per spirito di completezza, dobbiamo dire che una leggera nota positiva almeno per le donne c’è, in quanto rispetto al mese di ottobre il numero generale dei disoccupati registra un piccolo calo che riguarda appunto la componente femminile. Ma al di fuori di questa magra consolazione, valida peraltro per un solo genere, i numeri ripropongono la domanda del perché sia così difficile trovare un’occupazione nel nostro paese. Le risposte possono essere molteplici, ma una le ricomprende tutte: il nostro è un mercato del lavoro rigido, che non ammette che si guardi di buon occhio ai mutamenti dei tempi, mutamenti che a catena portano a necessari adattamenti della regolazione del lavoro, sia di quella legale che di quella contrattuale.

Troppo spesso ci scontriamo con la miopia dei titolari del potere di fare le norme, perché certo legislatore e certo sindacato non vogliono sentire ragioni di questo tipo e di fronte a dati sconcertanti come quelli che commentiamo reagiscono in maniera immatura, compiangendosi o peggio “dandosi la zappa sui piedi”. Rispondiamo ai numeri con i numeri. McDonald’s dichiara di voler assumere 3000 persone nei prossimi tre anni; la Filmcas-Cgil condanna l’azienda perché utilizza contratti part-time. E il giorno dopo l’Istat dichiara che la disoccupazione giovanile è al 37,1%. Mi sembra questa una conseguenza prevedibile e normale per un paese in cui il sindacato riesce a fare di ogni occasione un pretesto per la critica sterile. Nessuno auspica a relazioni industriali di facciata in cui i sindacati si prostrino all’impresa che promette posti di lavoro, come d’altra parte nessuno potrebbe viceversa auspicare ad esser rappresentato da chi è così cieco da negare per definizione le potenzialità di una forma contrattuale, che proprio ai giovani si addice più che ad altri. Insomma, la gente che veramente sta soffrendo la crisi economica e i drammi psicologici che essa causa sa che un contratto part time non è il ricatto di un padrone che ti sfrutta, bensì rappresenta un’opportunità con cui realizzarsi intanto nel breve periodo.

Insomma, i giovani e chi vuole davvero lavorare non è affatto choosy, a differenza della Cgil, che lo è al punto tale che o il contratto di lavoro è un classicissimo contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato oppure non è lavoro. Il mondo invece procede in direzione opposta, non per cattiveria ma per effetto dei tempi; l’era della rivoluzione industriale novecentesca è finita da un pezzo per quanto riguarda le condizioni e le esigenze del lavoro ed è ora che finisca anche per quelle relazioni industriali che ancora ne portano il nome. Prima gli attori principali del mercato del lavoro ne assumono consapevolezza e prima, sicuramente, ci troveremo di fonte a dati percentuali diversi e finalmente più rassicuranti. Certo, non rassicura e non incoraggia a credere in questa trasformazione il fatto che proprio oggi saranno depositate in Cassazione le firme per il referendum, promosso e sostenuto anche da alcune sigle sindacali, per l’abrogazione di una norma come l’articolo 8 del dl 138/2011, il quale pecca di aumentare il potere contrattuale di queste stesse sigle sindacali.

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