OPERAIO UCCISO DAL CALDO/ Come può un melone diventare strumento di morte?

- Mauro Leonardi

Pasquale Fusco, 55 anni, sposato con tre figli, è morto per il caldo della serra in cui coltivava meloni. In nero, senza diritti

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LaPresse

Nero. Lavoro nero. Dove “nero” non è solo il colore simbolo di ciò che è sommerso, dell’evasione fiscale, del mancato rispetto delle norme sulla sicurezza: nero, in questo caso, vuol dire anche lutto, morte, perché la morte per lavoro colpisce ancora. Colpisce in Campania. Muore un uomo nelle campagne di Varcaturo, nel Comune di Giugliano, mentre lavorava sotto una serra per la coltivazione di meloni. Si chiamava Pasquale Fusco, aveva 55 anni, era sposato, aveva tre figli, ed è morto per il caldo infernale che c’era mentre si spezzava la schiena. Pensiamo a quando quest’estate ci siamo lamentati per il caldo africano mentre avevamo una granita in mano e l’aria condizionata accesa. Il caldo africano è quello che ti fa prima svenire, poi accasciare a terra, poi morire perché hai accettato che la tua vita valesse 40 euro al giorno.

Pasquale Fusco lavorava in nero per 40 euro al giorno. Questo era il prezzo della sua vita. Questo era quanto pattuito tra Pasquale e un uomo, un cinquantenne, titolare di un’azienda che ora è stato denunciato per sfruttamento e omicidio colposo.

Fusco si è sentito male proprio nell’ora più calda del giorno, quando sotto la serra le temperature sono davvero “un caldo che si muore”: sì, è davvero un caldo che si muore, Pasquale se n’è accorto. Tanto che quando si è sentito male, a niente è valso l’arrivo dei soccorsi. Quell’ambulanza era diventata un carro funebre che poteva solo constatare il decesso di quel bracciante originario di Caivano, il paese tristemente famoso per essere al centro della “terra dei fuochi” (quella di don Patriciello).

Il lavoro che dovrebbe nobilitare l’uomo, essere preghiera – se credi – e, se non credi, promuovere comunque il tuo sviluppo personale, la dignità della tua famiglia e la crescita del tuo paese, diventa invece l’arma che ti uccide. Ti uccide – facciamo bene attenzione – non solo per il caldo sotto la serra: ti uccide prima. Ti uccide quando leggi negli occhi dei tuoi figli la disperazione per la tua disoccupazione e allora accetti qualsiasi cosa pur di cancellare quello sguardo. “Prima”, perché dopo aver accettato tante volte un lavoro così, arrivi a pensare di non meritare altro, che per te non c’è altro, che tu ti meriti solo un’occupazione senza tutele, senza certezze, senza diritti. E allora taci, non denunci, temi rappresaglie, non credi di essere degno di alzare il capo.

Per chi sta in città o in spiaggia un po’ di caldo è “un caldo infernale”; per te, che sei un qualsiasi Pasquale Fusco che abita a Varcaturo, il “caldo che si muore” non arriva mai: arriva solo quando ti ammazza per davvero.

Il Papa parla tanto, e spesso, del lavoro come strada di dignità e via di santificazione: ci aiuta a capire che il lavoro che ammazza non è solo quelle delle rapine nelle banche ma anche quello nero. Quando parliamo dei peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio” lo facciamo quasi sempre solo per citare quelli a sfondo sessuale, e ci dimentichiamo della “giusta mercede all’operaio”; ci dimentichiamo del peccato che trasforma il melone, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, in metodo di tortura e di ricatto, in arma per uccidere. Allora questa dimenticanza è un segno che il nostro stile di vita si fonda su un’economia che non va bene: quella del troppo per troppo pochi, e del nulla o quasi per molti, per sempre di più. Per neri. Non per il colore della pelle ma per il colore della morte.

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