OTO MELARA/ E l’equivoco che porta l’Italia a perdere aziende strategiche

- Paolo Annoni

Oto Melara sembra essere nel mirino del consorzio franco-tedesco Knds. Nel nostro Paese sembra esserci un equivoco di fondo sull’Europa

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Un cannone Oto Melara (Wikipedia)

Secondo uno scoop di Repubblica, il consorzio franco-tedesco Knds avrebbe presentato a Leonardo un’offerta per acquistare Oto Melara, che è un pezzo dell’industria della difesa italiana che ha conquistato posizioni di leadership a livello globale e che compete con successo sia “contro” imprese tedesche, sia con l’industria francese. È una di quelle aziende non replicabili perché ottenere certificazioni ed entrature nel settore della difesa è complicatissimo e molto difficile; chi ha rapporti consolidati ed è riconosciuto se la gioca contro un numero ristretto di concorrenti, chi è fuori tendenzialmente ci rimane. L’industria della difesa, come altre per esempio nel settore energetico, è uno strumento insostituibile della politica estera di un Paese soprattutto nei confronti di quelli in via di sviluppo che non possiedono certe tecnologie.

La vendita di Oto Melara trascende di molto valutazioni economico-finanziarie e infatti il rumour viene immediatamente inserito in una larga e ampia collaborazione europea per lo sviluppo di un carro armato e poi nel pressing di Macron per la cooperazione europea nella difesa. Ci si dovrebbe chiedere come mai l’Italia debba costruire la difesa europea facendo vendere Oto Melara a un consorzio franco-tedesco invece che a Fincantieri che pure ha espresso un interesse oppure perché in un mercato che naviga in un oceano di liquidità Leonardo non possa trovare alternative. Né i francesi, né i tedeschi contribuiscono alla cooperazione nel settore europeo della difesa vendendo le proprie aziende se non cedendo pacchetti di minoranza; è una domanda inevitabile considerato che la vicenda Fincantieri-Naval group, con la fusione fallita nonostante anni di promesse e impegni, è ancora fresca. 

L’Italia è un Paese indebitato, che ha perso quote di sovranità reale come nessun altro Paese europeo e che all’interno di un quadro europeo può solo avere ruoli subalterni con o senza Draghi. L’unico modo per sfuggire a questa trappola è quella di presentarsi con le proprie forze e le proprie aziende. Le collaborazioni future sono poi tutte da dimostrare e da definire. C’è una cessione, di sovranità reale, immediata e concretissima a fronte di una collaborazione europea fumosa e tutta da dimostrare; meno di due anni fa, con lo scoppio della pandemia, l’Europa si è squagliata come neve al sole con la sospensione di Schengen, i blocchi delle frontiere e la Germania che tratteneva sul suolo tedesco i ventilatori polmonari già comprati e pagati dagli italiani. Ricordare questo non è pessimismo, ma un’iniezione di sano realismo. È un’iniezione di sano realismo ricordare che il disastro libico non è affatto estraneo alle ambizioni francesi perseguite esplicitamente e direttamente contro gli interessi italiani. Se queste sono le premesse, da parte francese, esiste un solo possibile settore della difesa europeo: quello francese a guida francese. 

Si può decidere che comunque l’Italia voglia fare la sua parte a prescindere dagli altri, ma su una visione di questo tipo si può innestare qualsiasi scempio soprattutto quando gli altri hanno dato ampissime dimostrazioni di mettere davanti i propri interessi nazionali sempre e comunque. È il caso di Fincantieri-Naval group ma non solo; i rapporti sull’asse Roma-Parigi sono a senso unico da almeno due decenni. 

Alla fine l’equivoco è sempre lo stesso: c’è un’Europa immaginata e sognata, l’Europa come dovrebbe essere secondo gli “europeisti” italiani, e poi c’è l’Europa della realtà. In questo “equivoco”, in buona fede o qualche volta meno, c’è la storia di un Paese entrato in Europa da protagonista che è stato costretto ad assistere all’intervento in Libia, a subire la beffa della mancata operazione tra Fincantieri e Naval group giustificando il tutto con la costruzione della casa comune europea. La stessa casa in cui la Germania apre il Nord Stream 2 e poi si fa portavoce della rivoluzione green senza il nucleare e in cui la Francia genera il 75% dell’energia con il nucleare con i reattori a un tiro di schioppo dai confini italiani. Non è mai troppo tardi per aprire gli occhi. 

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