“Paolo Borsellino ucciso per mafia-appalti”/ Alberto Di Pisa “Trattativa non c’entra”

- Silvana Palazzo

Alberto Di Pisa sulla morte di Paolo Borsellino: “Ucciso per mafia-appalti, trattativa non c’entra nulla”. Per magistrato dietro l’attentato potrebbe esserci l’inchiesta di cui si è occupato

mafia borsellino via amelio
Strage di Via d'Amelio, l'attentato al giudice Borsellino (LaPresse)

La trattativa Stato-mafia non c’entra nulla con la morte di Paolo Borsellino. «È stato ucciso per la questione mafia e appalti». Questa è la tesi di Alberto Di Pisa, magistrato che fece parte del pool antimafia di Palermo. Ne parla in un’intervista a Il Dubbio, ricordando il giorno dell’attentato di via D’Amelio. «Paolo Borsellino aveva urgenza di parlarmi, ma purtroppo non c’ero quando era passato a cercarmi», spiega Di Pisa, che lavorò anche con Giovanni Falcone. Con loro i rapporti erano ottimi a livello professionale e pure umano, diversamente da quanto si è detto. «Purtroppo hanno scritto di tutto, anche che i miei rapporti con Falcone e Borsellino non erano idilliaci, eppure basterebbe leggere i verbali di quando Falcone fu sentito al Csm che disse che i nostri rapporti erano ottimi». Alberto Di Pisa fu accusato di essere il “corvo” del tribunale, ma poi fu totalmente assolto. «Mi disse che non ci avrebbe creduto nemmeno se lo avesse visto con i propri occhi che quell’anonimo l’ho scritto io».

ALBERTO DI PISA SULLA MORTE DI PAOLO BORSELLINO

Perché Paolo Borsellino sarebbe morto per l’inchiesta su mafia e appalti a Palermo? «Non c’entra nulla la trattativa, perché ne avrebbe parlato e soprattutto denunciato in Procura se avesse appurato una cosa del genere. In realtà è morto per la questione appalti, erano lì tutti gli interessi della mafia», dichiara Alberto Di Pisa a Il Dubbio. A tal proposito, il magistrato racconta che «si era incontrato con i Ros per discutere delle indagini relative al dossier». Dell’inchiesta su mafia e appalti a Palermo si occupava proprio Alberto Di Pisa. «Appurai che i grandi appalti erano ancora in mano a referenti mafiosi». Ma l’allora capo della procura di Palermo Pietro Giammanco gliela tolse. «Ancora non ero stato raggiunto da un avviso di garanzia per il Corvo, ma era bastato un articolo de La Repubblica contro di me – che giorni prima aveva invece avanzato sospetti per il ritorno di Contorno – per sospendermi». Poi prese coscienza del fatto che «in quel periodo chi toccava gli appalti veniva delegittimato oppure moriva».



© RIPRODUZIONE RISERVATA