PATTO DI STABILITÀ/ E Fiscal compact, la riforma che l’Italia sta evitando

- Gian Paolo Gualaccini

E’ il momento di avviare una riflessione sull’Europa futura e quindi sul futuro Patto di stabilità. Attendere l’ultimo momento sarebbe una miopia imperdonabile

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Valdis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo della Commissione europea (LaPresse)

Nel suo intervento al Meeting di Rimini, Draghi ha tra le altre cose posto il problema della riforma delle regole europee. Non pare che in Italia qualcuno ci stia pensando, essendo tutta la nostra politica intenta a gestire l’oggi, ma incapace di guardare oltre l’emergenza immediata.

Come è noto, per far fronte alla crisi derivante dalla pandemia, il Patto di stabilità è stato sospeso, in forza di una clausola del Patto stesso, la “General Escape Clause”. Che le regole che avevano disciplinato l’economia europea fossero inadeguate era evidente da tempo, ma comunque non si mise mano a una loro correzione. Adesso in Italia siamo stati tutti tranquilli perché la sospensione del Patto di stabilità ha determinato il temporaneo fermo dei vincoli di bilancio che sempre l’Europa ci imponeva (infatti non sono stati indicati ai governi gli obiettivi di debito e di deficit).

Nel frattempo tutti i paesi europei, per far fronte alla crisi pandemica, hanno dovuto immettere nelle proprie economie ingenti risorse economiche, facendo letteralmente volare il debito pubblico. E sicuramente l’Italia è, tra tutti, il paese che più rischia di ritrovarsi alla fine con molto debito (cattivo) e poca crescita.

Dovrebbe essere, perciò, ovvio che ripristinare adesso automaticamente le regole del Patto di stabilità significherebbe, non solo per l’Italia, provocare una doccia gelata sulle nostre economie (effetti recessivi) con conseguente distruzione delle varie economie nazionali. Il problema è che, mentre a Bruxelles si sta pensando alla fine della clausola di sospensione del Patto di stabilità (vedi intervista a luglio del Corriere della Sera al vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, che ipotizzava di rivedere la clausola di sospensione del Patto entro la prossima primavera) in Italia, a parte il recente richiamo del presidente Mattarella a rivedere i Trattati europei, nessuno se ne preoccupa.

La politica italiana è in “tutt’altre faccende affaccendata”. Nel passato tutti i leader che hanno ricostruito l’Italia e l’Europa (Schuman, De Gasperi, Adenauer e tanti altri) hanno cominciato la loro riflessione e le loro mosse sul futuro dell’Europa ben prima che finisse la Seconda guerra mondiale. Analogamente adesso è il momento di avviare una riflessione sull’Europa futura che verrà e quindi sul futuro Patto di stabilità: attendere l’ultimo momento, per dotarsi di una proposta italiana, sarebbe una miopia imperdonabile.

Le parti sociali rappresentate al Cnel, già nel maggio 2019, hanno chiesto non la sospensione, ma la cancellazione del Fiscal compact: anche se non si procederà a cancellarlo, è indubbio che occorrerà una sua rivisitazione sostanziale alla luce dei guasti che già in passato ha provocato (vedi le politiche di austerità che hanno impedito politiche espansive). Servirebbe subito un lavoro rigoroso con la partecipazione delle parti sociali, di esperti e di istituzioni, per costruire una nostra proposta. La sfida è riformare l’esistente subito, senza abbandonare ciò che di buono ha guidato l’Europa in questi anni, e cioè responsabilità e solidarietà.

Sicuramente, nelle valutazioni della situazione economica dei vari paesi, dovranno diventare fondamentali aspetti finora considerati marginali quali, ad esempio, la ricchezza finanziaria delle famiglie.

Una visione di lungo termine, pensando e costruendo oggi quello che accadrà domani, si rende necessaria anche per la riforma delle regole europee: un progetto di revisione sostanziale del Patto di Stabilità e delle regole ad esso collegate è auspicabile subito.

Sarà in grado di rispondere la politica italiana?

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