PATTO LANDINI-SCHLEIN/ I calcoli (sbagliati) di Cgil e Pd per tornare al governo

- Paolo Torricella

Schlein e Landini puntano a creare un pacchetto di consenso sul 20-25% per poi fare il balzo verso Chigi. Ma è un'idea già bocciata nel 1911 da Rosa Luxemburg

Landini Schlein Lapresse1280 640x300 Elly Schlein e Maurizio Landini (Lapresse)

Rosa Luxemburg, in un articolo del 1911 intitolato “Scuola di partito e scuola di sindacato”, esprimeva la sua profonda contrarietà a unificare la formazione di politici e sindacalisti che avrebbero dovuto agire nella società per portare avanti le istanze dei lavoratori. La sua tesi era semplice. Le finalità della lotta per un salario più equo e delle migliori condizioni di lavoro sono estremamente diverse dalla necessaria astrazione e capacità che un dirigente di partito deve avere per creare consenso e guidare le masse verso una possibile rivoluzionaria riforma della società. Questo principio è stato applicato dal vecchio Pci, che vedeva nella Cgil un braccetto della propria attività, ma non ha mai lasciato che la leadership politica venisse condivisa con i vertici del sindacato di riferimento, a cui lasciava il compito di gestire le tattiche senza che mai potesse occuparsi delle strategie.

Finito il novecento, la crisi dei partititi e quella dei sindacati ha travolto le dirigenze che se ne sono occupate svuotando le sezioni e lasciando ai pensionati la maggiore presenza nelle sedi del sindacato. Queste due debolezze ha reso la sinistra italiana un luogo confuso e spesso popolato da “estranei” che hanno tentato di declinare la modernità a sinistra allontanandosi dalla tradizionale visione della lotta per il salario e condizioni di vita migliori, accogliendo la sfida capitalistica in modo a volte fin troppo complice.

Esaurita questa fase, oggi appare chiaro che Maurizio Landini ed Elly Schlein si parlano con parole dolci e sguardi intensi. Smarriti nel tempo, cercano uno negli occhi dell’altra la ragione della propria esistenza. Come se il Pd non possa essere se stesso senza la Cgil ed essa non possa avere che nel Pd il suo referente.

Questo passaggio sembra naturale a chi progetta la radicalizzazione della sinistra come risposta alla Meloni e come necessaria antitesi alla deriva a destra del Paese. Convinti della mobilità dell’elettorato, in molti sono certi che dopo la sbornia populista e quella nazionalista si tornerà a guardare alla sinistra massimalista come soluzione ai problemi del Paese. Perciò, per essere pronti, bisogna serrare le fila e creare una galassia coesa che resti attorno al 20-25% per poi fare lo scatto finale quando si tornerà al voto. Per questo oggi Elly e Landini marciano sulla stessa strada e parlano la stessa lingua. Ma funzionerà?

La storia dice che la politica si nutre di una dinamica di conflitto e consenso mentre il sindacato deve, per sua natura, trovare un’intesa per essere utile. Inoltre, nella società moderna la frammentazione della produzione e dei processi produttivi rende sempre meno evidente la necessità di un contenitore collettivo delle istanze dei lavoratori. Le masse operaie non esistono più e restano, questo sì, sacche di sfruttamento della manodopera sempre più circoscritte ad ambiti sociali emarginati a cui, però, sia il sindacato che la politica fanno fatica a parlare.

A che serve quindi l’alleanza tra Cgil e Pd? Sicuramente espelle gli altri sindacati da una relazione con il Pd. Cisl e Uil sono oggi in alcuni settori cruciali, come i servizi e la Pa, molto più presenti della Cgil. E vedere che si ricrea un “blocco massimalista” non agevolerà il Pd nel dialogo con quelle realtà. La Cgil, inoltre, sarà costretta a “difendere” le scelte che il Pd sarà costretto a fare se mai arriverà al Governo. Quando ti siedi a Palazzo Chigi fai quello che devi, non quello che vuoi. E spesso quello che devi non è quello che i tuoi sostenitori vorrebbero. Perciò questo rapporto tra i due contenitori storici della sinistra, oramai massimalista, italiana rischia di portare entrambi fuori strada, illudendosi che la modernità si affronti tornando indietro e non guardando avanti.  Illusione fatale, che rischia di mettere in crisi la stessa eleggibilità del Pd a forza di governo, in potenza, relegandolo a oppositore strutturale del sistema, non del Governo.

Perciò, se proprio si deve tornare indietro, almeno si ricominci a leggere chi quella strada l’ha già battuta e sa dove porta. Può essere che il consiglio di Rosa in quel pezzo di oltre cento anni fa non fosse così sbagliato. Tenere distinti i due mondi, la politica e le dinamiche del lavoro, a lungo andare tiene entrambi sempre pronti a cercare al proprio interno le ragioni dell’agire e non a cercarle negli occhi, smarriti, dell’altro.

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