Pfizer lavora su terza dose vaccino/ Obiettivo, ‘immunizzare’ variante sudafricana

- Davide Giancristofaro Alberti

La multinazionale Pfizer sta lavorando su una terza dose di vaccino con l’obiettivo di “coprire” anche la variante sudafricana

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Vaccini anti-Covid di Pfizer-BionTech (LaPresse)

Pfizer starebbe lavorando ad una terza dose del proprio vaccino da somministrare a coloro che hanno ricevuto le prime due. Come reso noto dall’azienda americana e dalla BioNTech, l’altra multinazionale che ha realizzato il siero contro il coronavirus, l’obiettivo è individuare un farmaco aggiornato alle varie varianti in circolazione, a cominciare da quelle sudafricana e brasiliana che non è ancora ben chiaro se siano “coperte” o meno dagli attuali vaccini. «Stiamo adottando più misure – le parole di Albert Bourla, presidente nonché Ceo della Pfizer – per agire con decisione ed essere pronti nel caso in cui un ceppo diventi resistente alla protezione offerta dal vaccino».

La terza dose del vaccino, come si legge sul sito de Il Messaggero, permetterebbe di comprendere meglio la risposta immunitaria contro le ultime versioni del virus, ed in particolare quella sudafricana, nota con il nome tecnico di B.1.351. Secondo Pfizer il vaccino al momento in circolazione sarebbe già efficace contro le varianti, ma un aggiornamento garantirebbe una maggiore protezione.

PFIZER LAVORA SU TERZA DOSE VACCINO: “TASSO DI MUTAZIONI PIU’ ALTO DEL PREVISTO”

“Il tasso di mutazioni nel virus attuale è più alto del previsto – le parole in un’intervista di Mikael Dolsten, Chief Scientific Officer di Pfizer, riportate da IlMessaggero – è una probabilità ragionevole che si vada verso mutazioni regolari. E per vaccini più potenti, potrebbe essere necessario cambiare in alcuni anni, ma non necessariamente ogni anno”. Le multinazionali farmaceutiche corrono quindi al riparo, alla luce del fatto che nuove varianti covid stanno spuntando come i funghi. E’ di oggi, ad esempio, la notizia di una nuova forma di covid che si sta diffondendo in maniera rapida in quel di New York, come annunciato dai ricercatori del Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons. La variante B.1.526 è stata identificata per la prima volta nella Grande Mela a novembre, e a metà febbraio ha già toccato quota 12% del totale dei casi covid in città.



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