Pnrr, 750 mln di euro per fabbrica chip a Catania/ Italia investe nei semiconduttori

- Davide Giancristofaro Alberti

Fra le righe del Pnrr, il Piano di ripresa e resilienza dell’Italia, è emerso anche un investimento da 750 milioni di euro da destinare alla costruzione di una fabbrica di chip a Catania

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Fra le righe delle molteplici pagine del Pnrr, il Piano di ripresa e resilienza dell’Italia tramite i fondi europei del Recovery Plan, spunta anche un investimento per la realizzazione di una fabbrica di microchip in Sicilia, precisamente in quel di Catania. A porre luce sulla questione in queste ore è il Corriere della Sera, ricordando che nel Piano si parli di uno «stanziamento di 750 milioni di euro di contributi a sostegno di progetti industriali ad alto contenuto tecnologico, tra i quali ricade la produzione di semiconduttori».

Il progetto era comparso già nella “bozza” circolante lo scorso gennaio, ma probabilmente in pochi ne hanno dato risalto, nonostante, come ricorda l’edizione online del quotidiano di via Solferino: “diventa probabile che l’investimento possa valere nel complesso oltre un miliardo”. Allo stato attuale delle cose non vi è alcun nome di azienda, e questo verrà scelto tramite regolare bando europeo aperto a tutte le imprese del mondo, ma la grande favorita sembrerebbe essere l’italo francese St Microelectronics, già presente a Catania, e leader mondiale nella produzione di chip per smartphone e auto (fatturato 10 miliardi di euro).

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Se il progetto quindi andasse a buon fine, si tratterebbe senza dubbio di una spinta occupazionale importante in un’area fragile del paese come quella del sud Italia, uno degli obiettivi prioritari del Pnrr. Inoltre, sarebbe un riscatto anche per l’Italia, che negli ultimi anni ha ridotto la propria capacità di produzione di chip dopo che la Smic Hong Kong International Limited e i cinesi della Wuxi Xinchanweixin Semiconductor hanno preso il controllo al 100% della LFoundry di Avezzano e l’Aquila. Era il 2019 e in questi due anni le cose sono cambiate di molto, con l’Ue, Italia compresa, più chiuse a “scalate” di aziende estere, soprattutto se provenienti dalla Cina «Stiamo entrando in un’epoca di turbolenze – ha detto pochi giorni fa Politico il commissario Ue del settore Thierry Breton – non possiamo farci prendere in ostaggio in nessun modo». Ovviamente il percorso è ancora lungo e tortuoso per far si che l’Ue si metta al passo con le altre big del settore in quanto a semiconduttori (la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, azienda numero uno al mondo, ha un budget di 30 miliardi di dollari), ma la luce in fondo al tunnel sembrerebbe intravedersi.



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