Usa, i candidati sotto la lente

- Marco Bardazzi

La corsa alle nomination presidenziali per i repubblicani e i democratici vede schierata una pattuglia di protagonisti con storie personali ricche di spunti di interesse. Emergono indicatori interessanti che possono far percepire che tipo di presidenti sarebbero

Molti spunti di interesse
 
 
L’ex First Lady e il “sindaco d’America”. L’eroe del Vietnam e il Senatore multietnico. Il ricco difensore dei poveri e il carismatico attore televisivo. Il governatore esperto di questioni internazionali e il manager di successo diventato politico. La corsa alle nomination presidenziali per i repubblicani e i democratici vede schierata una pattuglia di protagonisti – più qualche comparsa – con storie personali ricche di spunti di interesse, che l’elettorato americano sta pian piano scoprendo in vista dei voti del 2008.
Quattro repubblicani (Rudy Giuliani, John McCain, Mitt Romney e Fred Thompson) e quattro democratici (Hillary Clinton, John Edwards, Barack Obama e Bill Richardson) hanno dimostrato nella prima metà del 2007 di essere gli uomini – e la donna – da battere nella contesa elettorale: salvo sorprese, il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà uno di loro. In molti casi, si tratterebbe di una “prima volta” nella storia degli Stati Uniti: la prima donna presidente (Clinton), il primo nero (Obama), il primo ex sindaco che arriva alla Casa Bianca senza rivestire altri incarichi elettivi (Giuliani), il primo mormone (Romney), il primo ispanico (Richardson).
Le biografie dei candidati sono passate al setaccio in questo periodo pre-elettorale, anche se l’attenzione dell’opinione pubblica in gran parte non si desta fino al momento delle primarie. Scavando nelle vite dei personaggi che ambiscono a guidare la superpotenza, emergono indicatori interessanti che possono far percepire che tipo di presidenti sarebbero.
 
I Repubblicani
 

Fermezza e linea dura contro crimine e terrorismo, per esempio, sembrano i tratti di un’eventuale amministrazione guidata da Rudolph “Rudy” Giuliani. L’ex sindaco di New York, 63 anni, ha alle spalle non solo la gestione di una delle più complicate città del mondo, ma anche una carriera come procuratore, che lo portò, tra l’altro, negli anni Ottanta a smantellare l’apparato di potere mafioso delle cinque grandi “famiglie” di Cosa nostra newyorchesi.
Nato in una famiglia di immigrati italiani a Brooklyn, Giuliani è il prodotto di un ambiente familiare e sociale cattolico e della New York italo-americana, dove spesso i giovani finivano per diventare manovalanza per il crimine organizzato. Rudy scelse una strada diversa, studiando legge e crescendo tra gli “sbirri”. Negli anni di Reagan raggiunse il posto di viceministro della Giustizia, per poi diventare il procuratore capo di Manhattan. Fu il trampolino di lancio verso la politica e portò Giuliani, nel 1993, a diventare sindaco di una metropoli afflitta da crimine, sporcizia e, soprattutto, dalla mancanza di fiducia nella possibilità di cambiare le cose.
Nel corso degli anni Novanta, invece, Giuliani ha cambiato radicalmente il volto della città. La sua linea di “tolleranza zero” contro crimini e reati minori gli ha attirato valanghe di critiche, ma è ora una ricetta esportata in varie parti del mondo. L’uso di innovativi sistemi informatici per monitorare ogni angolo della città si è rivelato un altro approccio vincente. A tre mesi dall’epilogo del mandato, pronto a lasciare una New York di nuovo attraente per famiglie e attività commerciali, Giuliani si trovò a gestire una crisi senza precedenti: l’attacco dell’11 settembre 2001 al World Trade Center. La sua risposta alla sfida e le doti di leadership che mostrò in un momento in cui il Paese era attonito ne fecero un eroe, creando l’immagine del “sindaco d’America” e “uomo dell’anno” di Time che sono ora alla base della campagna presidenziale. Giuliani ha alle spalle due matrimoni falliti (uno annullato dalla Sacra Rota) e ha sposato nel 2003 Judith Nathan.
Sul fronte del coraggio, uno degli avversari di Giuliani senza dubbio non deve prendere lezioni dall’ex sindaco. John McCain è un eroe pluridecorato della guerra in Vietnam. Il fatto che a 71 anni sia ancora un vigoroso uomo politico capace di puntare alla presidenza ha quasi del miracoloso, guardando al suo passato. Quando era ancora un allievo pilota di aerei della Marina, McCain sopravvisse alla caduta di un jet durante un addestramento. Nel 1967, in Vietnam, il suo aereo prese fuoco mentre si preparava al decollo da una portaerei: il giovane John si mise in salvo prima dell’esplosione delle bombe sul jet. Pochi mesi dopo, il suo A-4 Skyhawk fu abbattuto dalla contraerea Vietcong vicino ad Hanoi. McCain sopravvisse di nuovo, sia pure con le gambe e un braccio fratturati, ma fu catturato dai vietnamiti che prima lo ferirono a colpi di baionetta e poi lo chiusero nella famigerata prigione Hanoi Hilton, dove fu sottoposto per anni a torture di ogni genere. Il pilota rifiutò l’offerta di lasciare il carcere che gli fu fatta quando i vietnamiti scoprirono che era il figlio del comandante delle forze Usa nel Pacifico: McCain trascorse cinque anni e mezzo in detenzione, prima di tornare a casa con il fisico a pezzi a ricevere medaglie.
Alla carriera militare, McCain preferì la politica. Senatore dell’Arizona per varie legislature, nel 2000 tentò la corsa alla presidenza con una campagna elettorale innovativa, che mise per qualche tempo in forte difficoltà il candidato di punta alla nomination dei repubblicani, George W. Bush. McCain, un episcopale, è al secondo matrimonio e ha sette figli, due dei quali hanno scelto la tradizione militare di famiglia.
Decisamente meno avventurosa è la vita di Willard Milton Romney, detto “Mitt”, che porta il nome del miglior amico di suo padre, il magnate degli alberghi J. Willard Marriott. Romney è il figlio di un ex candidato presidenziale e di una candidata senatrice ed è cresciuto in una famiglia ricca di legami importanti. La fede mormone lega i Romney ai Marriott ed è una delle caratteristiche più discusse del profilo dell’aspirante presidente.
Romney è un ex uomo d’affari di successo, è stato Chief Executive Officer della società d’investimenti Bain & Company e manager del Boston Consulting Group. Nel 2001, prese le redini delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City, che stavano per collassare sulla scia di scandali manageriali, trasformandole in un evento di successo planetario. Forte del trionfo olimpico, Romney si lanciò in politica diventando, nel 2003, il governatore repubblicano del Massachusetts, uno stato tradizionalmente liberal e democratico. Al termine di un solo mandato, ha evitato di ricandidarsi per lanciarsi, invece, nella corsa alla Casa Bianca. É sposato con la fidanzatina dell’epoca del liceo e ha cinque figli, tutti maschi.
Arthur Branch, popolare procuratore della fortunata serie Tv Law & Order, è il nome con cui buona parte dell’America conosce Fred Thompson, un ex senatore e attore che vuole seguire anche in politica, come a Hollywood, l’itinerario di vita del suo modello: l’ex attore Ronald Reagan. Thompson, trascinato nella corsa alla Casa Bianca da un vasto sostegno popolare nel mondo conservatore, è un volto che il cinema ha usato spesso per interpretare personaggi che incarnano il potere stesso di Washington.
A 65 anni, Thompson ha, però, molto più delle doti da attore e del tono di voce “presidenziale” da portare nella campagna. Ex investigatore del Watergate, senatore del Tennessee e lobbista per 20 anni a Washington, conosce come pochi la capitale americana e il suo funzionamento. Con i suoi quasi due metri, sarebbe il presidente più alto nella storia degli Usa. Nel 2002 rinunciò a tornare alla vita politica in seguito al trauma della morte tragica di una figlia. La sua vita privata, come quella di altri candidati, è complicata: sposato a 17 anni, ha divorziato dopo 25 anni di matrimonio, per poi sposare dopo alcuni anni una consulente politica 24 anni più giovane di lui.
 

I democratici
 

Un personaggio che l’America non ha bisogno di scoprire, perché ormai sulla scena da anni, è la senatrice di New York Hillary Rodham Clinton. A 60 anni, dopo essere uscita dalla Casa Bianca come First Lady, Hillary sogna di tornarci come prima donna presidente, coronando una vita intera dedicata a costruire una personalità di altissimo profilo. L’incontro fatale, nel 1971, a Yale con un giovane studente di legge di nome Bill Clinton, che avrebbe sposato nel 1975, diede vita a una delle coppie più ambiziose e potenti nella storia americana. Hillary divenne uno degli avvocati più importanti d’America, nel periodo in cui il marito si lanciava in politica e diventava governatore dell’Arkansas. Il ruolo di First Lady è sempre apparso stretto per un personaggio come la Clinton, che lo ha interpretato in modo diverso dal solito, prima in Arkansas e poi alla Casa Bianca, dove fu la protagonista di una rivoluzionaria riforma della sanità (un progetto all’epoca fallito e che ora Hillary rilancia da candidato). Le infedeltà del marito, e soprattutto lo scandalo della stagista Monica Lewinsky, misero a dura prova il matrimonio, che alla fine è però sopravvissuto a molteplici prove. La Clinton uscì dall’epoca degli scandali desiderosa di ritagliarsi un ruolo personale, non più all’ombra del marito. Ne nacquero la conquista del seggio di senatrice nel 2000 e, ora, la corsa alla presidenza.
Inedita e complessa è la biografia di Barack Obama, forse la maggiore sorpresa della campagna 2008. Figlio di uno studente nero del Kenya e di una madre bianca del Kansas (i cui antenati possedevano schiavi africani), Obama è nato alle Hawaii, cresciuto in Indonesia in scuole cattoliche e musulmane, ha studiato a Los Angeles e New York, si è laureato in legge ad Harvard e ha fatto carriera, prima come avvocato e poi come politico, in mezzo agli intrighi di Chicago, diventando, nel 2004, senatore dell’Illinois.
Abbandonato dal padre in tenera età e cresciuto dalla madre, dai nonni e da un patrigno musulmano indonesiano, Obama è l’incarnazione della nuova America multietnica e il primo African-American con serie possibilità presidenziali. A 45 anni è anche uno dei candidati più giovani di sempre, anche se uno dei suoi idoli, John F. Kennedy, divenne presidente quando aveva due anni meno di lui. Il senatore nero ha fatto i conti per anni con la difficoltà di trovare una propria identità, facendosi chiamare per lungo tempo “Barry” prima di accettare l’insolito nome, Barack, scelto da un padre subito sparito dal suo orizzonte. Ma proprio questo itinerario, insieme agli anni spesi a lavorare per le comunità più disagiate di Chicago, hanno fatto di Obama un candidato ideale, che il partito democratico lanciò sulla scena nazionale nell’estate del 2004, affidandogli il keynote speech, il discorso d’onore alla convention di Boston che formalizzò la candidatura di John Kerry. Da allora, la sua è stata una carriera in rapidissima accelerazione. Sposato e padre di due figlie, Obama è un seguace di una piccola denominazione cristiana protestante.
Insieme a McCain, John Edwards è l’altro candidato – nel gruppo degli otto – a essersi già scottato in una precedente campagna presidenziale. Come vice di Kerry, uscì sconfitto nel 2004 dallo scontro con Bush-Cheney e fu costretto a rinunciare anche al seggio di senatore. Da allora, si è immerso negli studi sulla povertà, al vertice di un centro universitario. A chi gli rimprovera di occuparsi di poveri pur essendo un ricco avvocato con un vasto patrimonio personale, Edwards, 54 anni, ricorda di essere cresciuto in una modesta famiglia di operai, indicando la propria storia come esempio di come sia possibile emergere pur partendo dal basso. Ex senatore della North Carolina, sposato, metodista, Edwards come Thompson è stato segnato da una tragedia familiare: la morte di un figlio adolescente in un incidente stradale.
Una grande esperienza politica caratterizza, infine, Bill Richardson, 60 anni, che come presidente farebbe storia, però, soprattutto come il primo leader americano con radici messicane. Attuale governatore del New Mexico, Richardson è stato negli anni di Clinton ambasciatore degli Usa all’Onu e ministro dell’Energia. Ha guidato missioni internazionali in mezzo mondo, compresi Paesi ostili come la Corea del Nord. Molti tra gli osservatori politici americani lo vedono come il perfetto candidato democratico alla vicepresidenza, a fianco di chiunque vinca la nomination.

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