Inevitabile la vittoria di Cameron e dei Tories

- Mauro Bottarelli

Ha vinto perchè ha potenziato il suo appeal riformista. E molti deputati conservatori hanno votato a suo favore non perché ne apprezzassero in pieno il programma ma per timore di finire sotto la leadership di David Davies

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Una verità emerge innegabile dal risultato delle urne in Inghilterra e Galles: Gordon Brown ha messo in atto il suicidio politico perfetto. L’eliminazione della “10p tax” deciso come suo ultimo atto da Cancelliere dello Scacchiere ha dato i primi risultati, ovvero colpire le famiglie già economicamente disagiate, proprio a una settimana dal voto. Nemmeno Margaret Thatcher con la “poll tax” riuscì in un capolavoro simile.

Ma, al netto degli errori, la realtà che le urne d’Oltremanica ci consegnano era ampiamente preventivata: David Cameron e i Tories, infatti, erano giunti all’appuntamento del 1 maggio con circa 10 punti di vantaggio. Incolmabili, anche al netto degli errori last minute. Come David Cameron abbia costruito questo consenso è presto detto: ha potenziato il suo appeal riformista da “Blair di destra” scendendo però a patti con quella heritage conservatrice che in un primo tempo aveva giurato di voler eliminare, retaggi del thatcherismo in testa. La prima liability cui David Cameron ha posto rimedio è stata quella di rendersi conto dell’incapacità del partito di intercettare, capire e interpretare il nuovo, potenziale elettore Tory.

Come descritto nel libro di Geoffrey Wheatcroft “The strange death of Tory England”, dedicato allo smarrimento conservatore nel post Major, il partito stentava infatti a trovare punti di riferimento strategici a causa della sua politica ondivaga e spesso antitetica alla tradizione. Se nel 1997 il Labour riuscì a conquistare decine e decine di swinging seats puntando tutta la sua campagna elettorale sulla seduzione politica del “Mondeo Man” – termine coniato da Tony Blair guardando un uomo che lucidava la sua Ford nuova di zecca e che descriveva la generazione maschile dei 30enni dal reddito medio e proprietaria della casa in cui vive – fino a pochi mesi fa i Tories non potevano più contare nemmeno sull’Ikea Man, ovvero il middle-class disilluso dalle politiche di governo e socialmente riconducibile al modello wannabe, ovvero “vorrei ma non posso”.

Troppo di sinistra la politica d’esordio di David Cameron per sedurre l’elettorato classico, troppo di destra l’opposizione interna al suo partito per conquistare voti Labour o ancor meglio LibDem. Descrivendo i primi sei mesi di leadership di David Cameron sul Financial Times, Philip Stephens parlava dei Conservatori come del corrispettivo britannico ai socialisti francesi di fronte al totem Sarkozy: incapaci di reagire e in pieno panico. Troppo pesante e troppo condivisibile la legacy riformista di Tony Blair per distanziarsene troppo, troppo forte fino ad allora la statura politica ed economica di Gordon Brown per metterla sullo scontro diretto: don’t punch above your weight (non picchiare oltre a quanto te lo consente il tuo peso), la prima regola della politica inglese. Paradossalmente il grande innovatore David Cameron ha ricalcato, con esito però diverso, il destino dei suoi tre predecessori alla guida del partito: partenza a razzo, fase di stasi e poi obbligatorio cedimento di fronte alle richieste della destra interna del partito. Ovvero, tornare alle vecchie parole d’ordine: abbassamento delle tasse, lotta all’immigrazione clandestina, euroscetticismo totale. L’aver puntato tutto su temi come ambiente, sanità, educazione e contrasto della disgregazione sociale avevano garantito al giovane leader un’immediata e prorompente visibilità ma ha anche invaso il campo laburista portando a un’incredibile inversione dei ruoli. Addirittura lo scorso anno, quando le elezioni anticipate sembravano ineluttabili per l’autunno, Gordon Brown mise in pista la macchina elettorale laburista facendo stampare e distribuire a tutti i deputati un libretto di venticinque pagine con le linee guida per la campagna e un’indicazione perentoria: «La campagna elettorale inizia oggi». Ma non solo, la frase più forte era un’altra: «In ogni caso non date per certa la figura di David Cameron come antagonista: il candidato premier potrebbe essere David Davies oppure William Hague». Insomma, l’ala destra e mefistofelica del partito, i due esponenti principali dell’antica prerogativa Tory del “backstabbing”, l’accoltellamento alle spalle del leader. Non è un segreto infatti che molti delegati e deputati conservatori abbiamo votato a favore di David Cameron come leader non perché ne apprezzassero in pieno il programma ma per timore di finire sotto una leadership di David Davies. La scorsa estate l’opposizione interna era sull’orlo di scatenare una guerra fratricida simile a quella che devastò il partito nel 1963 all’epoca di Macmillan. Non bastavano più gli appelli al senso di responsabilità, la richiesta di poter lavorare con calma per portare a compimento una rivoluzione epocale del partito: quando all’orizzonte compare la scritta “polling station” il timore di perdere il seggio fa novanta e anche un principe delle tenebre come David Davies può diventare il leader più appetito. Appare paradossale ma è sacrosanto il fatto che Gordon Brown, sia per distanziarsi dalla legacy blairiana sia per convinzione mista a calcolo politico, avesse flirtato con l’ipotesi di formazione di un “national Labour”, ovvero un partito meno progressista e internazionalista e più legato ai valori nazionali, soprattutto a quella britishness che David Cameron snobbava e che invece in giorni di allarme terrorismo e multiculturalismo in crisi diviene collante sociale potentissimo. Il Labour si ammantava orgoglioso nell’Union Jack e i Tories la rifuggevano in nome di politiche liberal: il mondo al contrario.

Poi, la svolta, basata su cinque punti che David Cameron ha deciso di contemperare insieme al riformismo in campo socio-economico e al concetto di sussidiarietà mettendo famiglie, cittadini e associazionismo al centro del rilancio del paese per porre un argine al degrado. Il primo, distanziarsi da Tony Blair e la sua legacy. Ovvero evitare affermazioni pubbliche di approvazione verso le sue riforme e di potenziale continuità in caso di vittoria. Inoltre, smettere di mettere in discussione baluardi della Gran Bretagna conservatrice come le grammar schools. Secondo, farla finita con l’approccio “all you need is love” verso la microcriminalità e il teppismo. La fotografia che ritraeva un ragazzino intento a mimare il gesto della pistola all’indirizzo di David Cameron fece il giro del paese gettando non poco discredito sul partito, visto che due giorni prima il giovane leader parlava della necessità di «abbracciare e non solo punire quei ragazzi che si nascondono dietro un cappuccio per difendersi dalla società». Terzo, non focalizzare tutta l’attenzione politica e il potenziale elettorale su Gordon Brown per evitare di andare ko. Questo almeno fino a quando non verranno rimesse in agenda, ai primi posti, le tre priorità: taglio delle tasse, euroscetticismo feroce (il fatto che Gordon Brown abbia deciso di non voler indire un referendum sul Trattato come invece promesso nel suo manifesto ha regalato a David Cameron un’arma d’attacco strepitosa e almeno 4 punti percentuali) e lotta a crimine e immigrazione. Quarto, come anticipato, la britishness non solo conta ma è la cifra distintiva del partito. L’orgoglio patrio non va sacrificato a nulla, tanto meno al contrasto del surriscaldamento globale o alla difesa delle foche norvegesi. Quinto e ultimo, don’t play safe, ovvero non aver paura di attaccare e mostrarsi aggressivo.

La Middle Britain ama i leader moderati in politica ma non tiepidi di temperamento, vuole gente di carattere capace di prendere decisioni scomode e di farle accettare alla gente. Magari non con il sorriso sulle labbra ma con la consapevolezza che sono state prese per il bene comune. Missione compiuta, il giovane David è diventato grande.

(Foto: Imagoeconomica)


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