SCENARIO/ 2. Il piano di Bersani e Fini per bloccare le riforme

- Ugo Finetti

L’aggressione a Berlusconi in Piazza Duomo ha davvero costretto la politica italiana a deporre le armi? Secondo UGO FINETTI non mancano buone ragioni, anche se forse è meglio non farsi troppe illusioni. VOTA IL SONDAGGIO

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Davvero dopo l’aggressione al capo del governo in Piazza Duomo la politica italiana è destinata a rinsavire e siamo alla vigilia di una stagione di confronto tra maggioranza e opposizione senza reciproca demonizzazione? In effetti non mancano serie motivazioni a procedere in tale direzione.

Da un lato la maggioranza – soprattutto su temi come giustizia, legge elettorale e riforme istituzionali dal bicameralismo al premierato – ha interesse a iter parlamentari che non diventino un percorso di guerra e con mobilitazioni di piazza che l’accusano di attentato alla Costituzione.

Dall’altro una opposizione che punta ad essere votata come alternativa di governo ha interesse a sgomberare il campo da polveroni e a mettere al centro dell’attenzione nazionale le proprie tesi e proposte come le più concrete e positive. Certamente nelle prossime settimane – almeno fino all’inizio della campagna elettorale per le Regionali – è interesse generale dare l’impressione di muoversi in tale direzione.

Silvio Berlusconi, contraddicendo chi lo indica come “anomalia” e “istigatore”, prepara un rientro in scena come uomo che pensa alle cose da fare nell’interesse di tutti senza rancori e vendette. D’altra parte i leader del Pd intendono cancellare qualsiasi sospetto di corresponsabilità con l’antiberlusconismo psicolabile e gli stessi capigruppo dell’Italia dei Valori danno segni distensivi.

Vivremo quindi in gennaio giornate piene di proposte e controproposte con tante ipotesi di soluzione e di mediazione in un clima di reciproco rispetto ancor più incoraggiato se D’Alema viene finalmente eletto a qualcosa. Ma non bisogna farsi molte illusioni. Esistono forti resistenze e considerevoli ostacoli. I margini di manovra di Bersani non sono infatti molto estesi anche per scelta sua. Non solo deve fare i conti con la prevedibile defezione di Di Pietro, ma soprattutto sarà condizionato dal dipietrismo interno di cui egli stesso si è circondato. Continua nelle pagine seguenti…

Evitando ogni “resa dei conti” con questo dipietrismo Bersani ha messo Franceschini a capogruppo della Camera e la Bindi alla Presidenza del partito (e che appunto in tale veste sono andati alla manifestazione di Piazza Navona che è una delle pentole di acqua bollente in cui lessano gli “psicolabili”).

Una rottura tra Pd e Di Pietro sarà invece necessaria per procedere nella strada di un confronto senza demonizzazioni, ma è ben difficile che Bersani sia in grado di operare un simile “strappo”. In primo luogo già con Piero Fassino sul “Sole 24 ore” è venuto un secco “no”. Si tratta non solo di rapporti interni di partito. Infatti, a cominciare da quelli di Mannheimer, i sondaggi indicano che più di un terzo dell’elettorato del Pd è assolutamente contrario a qualsiasi accordo con Berlusconi. E’ difficile che alla vigilia di una campagna elettorale nazionale il nuovo segretario del Pd corra il rischio di una destabilizzante sconfitta tanto più che – come ha sottolineato Fassino – il Pd l’affronta nelle principali Regioni vincolato a una alleanza organica con Di Pietro e quindi con grande fragilità di flusso elettorale emotivo all’interno dello stesso “cartello”.

Problemi esistono anche nel campo della maggioranza. Si tratta del ruolo che inevitabilmente assume il Presidente della Camera nello sviluppo di rapporti istituzionali su temi proprio di riforma istituzionale nel momento in cui lo stesso Presidente della Repubblica ha assunto un ruolo di intervento nell’attuale regime di “coabitazione” che si è guadagnato. Fini non ha più una prospettiva di successore al vertice del Pdl con i berlusconiani che non si fidano più di lui e parte di An che non lo sopporta più. Ma sa anche che non ha un avvenire come leader di sinistra. È  oggi una variabile indipendente interessata a un nuovo scenario trasversale.

L’ex leader del Msi non punta a un “Cln” antiberlusconiano, ma a un “ritorno alle origini” della Seconda Repubblica assumendo un ruolo di leadership che somma il giustizialismo “populista” di Di Pietro e il giustizialismo “democratico” del Pd con il suo giustizialismo di stampo “istituzionale”. Tale Rifondazione della Seconda Repubblica può esercitare un “richiamo della foresta” anche in seno alla Lega e tra impazienti e scontenti che sono alle spalle del Cavaliere. Continua nelle pagine seguenti…
 

Il clima di avvicinamento e di disarmo dei prossimi giorni può quindi essere utile a ognuno per conquistare comunque terreno non solo in vista della quasi inevitabile rottura dettata dall’inizio della campagna elettorale. Una rifondazione trasversale della Seconda Repubblica , che da un lato faccia tesoro del nuovo clima e che dall’altro confermi Berlusconi come “diavolo” , mette in conto un “arrivo dei nostri” giudiziario.

Se in gennaio infatti ci sarà una sentenza della magistratura in cui si racconta che all’epoca della nascita della Seconda Repubblica il presidente del consiglio era il mandante di stragi di mafia è evidente che il confronto senza demonizzazioni cessa e andremo a una campagna elettorale che sarà come al solito un referendum da psicolabili su Berlusconi. Berlusconi potrà vincerlo a livello elettorale, ma il trasversalismo di Fini può nutrire ambizioni alternative.

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