EUROPEE/ Weiler: né diritti né economia. Per fare l’Europa serve un voto “politico”

- int. Joseph Weiler

Manca meno di un mese alla tornata elettorale europea. Il Professor Joseph Weiler ci aiuta a capire quali sono gli attuali deficit dell’Unione, che non permettono di dispiegare quell’ambizioso progetto nato oltre 50 anni fa

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A meno di un mese dalla tornata elettorale europea, è giusto domandarsi che significato assume questo voto al di là di quello che può assumere all’interno dei confini nazionali. Troppo spesso, infatti, come sottolinea il Professor Joseph Weiler, non si riesce a capire quale volto dell’Europa si va a determinare attraverso il proprio voto. Un vero e proprio deficit per un’Europa che da oltre 50 anni ha dato vita a un progetto che ancora però fatica a decollare.

 

Professor Weiler, ci avviciniamo alle elezioni europee: che significato ha questa tornata elettorale nella vita dell’Unione?

 

Le elezioni europee, dopo ormai 50 anni di progetto europeo, sono un segno di come sta andando la democrazia europea. Guardiamo all’Italia, dove in campagna elettorale non c’è nessuna discussione sull’Europa: queste elezioni, se mai, riguarderanno la popolarità del Governo Berlusconi. Nessuno parla né della politica che intende seguire sui rapporti tra Italia ed Europa, né di una politica europea vera e propria. Le europee sono delle amministrative qualsiasi, praticamente un referendum intermedio sull’operato del Governo, ma niente di più.

 

Solo in Italia?

 

No, in tutti i paesi. Solo in Inghilterra si discute un po’, ma non su come deve essere l’Europa, bensì se si debba stare ancora con l’Europa, oppure no. In tutti i Paesi manca questo dibattito, e, infatti, mancano dei programmi paneuropei comuni alle destre o alle sinistre, e questo dopo ben 50 anni di Europa. Pensiamo anche ai partiti: non ci sono ancora partiti europei; ci sono solo gruppi europei, dove partiti nazionali, anche di colori molto diversi, si riuniscono per avere una maggiore visibilità.

 

Forse perché il Parlamento Europeo manca di poteri e della possibilità di condurre una politica forte?

 

Questo è paradossale: 25 anni fa anch’io la pensavo così e sostenevo che la partecipazione alle elezioni del Parlamento Europeo sarebbe stata più alta se gli fossero stati attribuiti più poteri. Ora che, a differenza del passato, il Parlamento è un vero e proprio co-legislatore assieme al Consiglio in tante materie, verifichiamo che il tasso di partecipazione alle elezioni europee continua a scendere (medie votanti. Elezioni 1979 (CE a 9 Paesi), perc. votanti 63%. Elez. 1984 (CE a 10), 61%. Elez 1989 (CE a 12), 58,5%. Elez. 1994 (CE a 12), 56,8%. Elez. 1999 (CE a 15), 49,8%. Elez. 2004 (CE a 25), 45,6%, n.d.r.). In passato aveva meno potere, e la gente andava a votare di più. In Italia c’è la cultura del voto e le percentuali sono comunque alte, ma in Polonia, o in Repubblica Ceca, le percentuali sono ridicole. Non solo c’è questo deficit democratico, ma c’è n’è uno anche politico: non c’è nessuna connessione tra quello che uno vota per il Parlamento Europeo e la politica che esce dell’Unione Europea. E quindi uno si chiede: perché votare?

 

Questa disaffezione non è dovuta anche ai contenuti della legislazione Europea? Mancano i contenuti forti, sentendo i quali uno dica: “vado a votare perché l’Europa conta e voglio essere determinante!”; alla fine in Europa si fa solo micro-normazione…

 

C’è chi dice questo, è vero, soprattutto tra i teorici. Essi dicono che uno dei problemi dell’Europa è che essa non si occupa di ciò che più conta in politica, ossia la redistribuzione economica. Però non sono d’accordo, perché per fare politica molto dipende anche da come sono formulate le leggi. Guardiamo alle direttive, ad esempio quella sui servizi: è fatta in un modo assolutamente politico. E qui si ricade in quel circolo vizioso che dicevo prima: non essendoci partiti europei ma solo nazionali nessuno è in grado di aprire un dibattito politico in Europa, e politicizzarla. Questi regolamenti non sono piccole cose, sono fondamentali, ma mai messe in una discussione politica vera. Ma forse è meglio così, fa più comodo…

 

A chi?

 

Soprattutto alla Commissione, che è fiera di essere a-politica. Chi profitta di questa situazione alla fine è il pragmatismo dell’amministrazione europea che, in verità, è un pensiero di centro-sinistra. Si vede chiaramente questo nella politica sui diritti dell’uomo. Vengono presentati come una cosa neutrale: chi non crede nei diritti dell’uomo? Ci crediamo tutti, sia a destra che a sinistra. Ma poi queste parole vengono usate per fondare posizioni poco credibili. Ho parlato diffusamente di questo problema in un mio articolo di alcuni anni fa sui Diritti umani fondamentali, e sui limiti fondamentali  (Fundamental Rights and Fundamental Boundaries: On Standards and Values in the Protection of Human Rights, in Nanette A. Neuwahl, Allan Rosas (eds), The European Union and Human Rights, The Hague, Boston, London 1995, p. 51 ss.) . In Europa si continua a parlare dei diritti umani, ma ci si dimentica sempre dei limiti fondamentali.

 

C’è una cosa che mi colpisce quando penso alla produzione normativa europea: in ogni stato quando c’è una riforma puoi sempre dire se è di centro-destra o di centro-sinistra, e capire a chi è imputabile. Per gli atti comunitari no, non puoi sapere da dove arrivano, a quali idee sono imputabili. Non è molto grave? Perché in verità ci sono nelle norme europee con opzioni politiche, però non emergono mai quali.

 

È così, ha ragione. La Commissione ha interesse a depoliticizzare tutto e a presentare tutto ciò che fa come fosse derivato da una scelta pragmatica e non ideologica: la Commissione ha il problema di depoliticizzare. Anche il Consiglio dei Ministri (della UE) soffre di questo problema: un membro di destra, uno di centro e uno di sinistra arrivano al Consiglio dai propri rispettivi Paesi, si siedono, discutono, ma poi nessuno prende posizione rispetto alle idee per cui è stato eletto al Governo nel proprio paese, perché se uno lo facesse sarebbe subito accusato di non essere europeo e di portare la politica nazionale dentro l’Europa. Così, anche il Consiglio, che è un organo molto politico, diviene pragmatista; si può dire che sia quasi proibito presentare le cose come di destra o di sinistra, anche perché, se una cosa è presentata come destra, quelli di sinistra si sentirebbero legittimati a non votarla, anche se la condividono, e viceversa. Anche al Consiglio tutto dev’essere presentato in maniera neutrale, se no alla fine non verrebbe mai approvato nulla, perché la legittimità politica dei membri del Consiglio non è europea ma nazionale.

 

Uno dei punti deboli dell’Europa è la debolezza sulla scena internazionale, cosa ne pensa?

 

Non capisco perché quando si parla del Trattato di Lisbona si dice che questo problema sarà risolto. Verrà introdotto un Presidente dell’Unione, va bene. Però seguiamo il ragionamento di Kissinger, che si lamenta perché non sa chi chiamare in Europa quando c’è una crisi internazionale. A chi telefonerà? Al Presidente? O a quello che nel Trattato Costituzionale si chiamava Ministro degli esteri? Non dico che l’idea di fare un Ministro degli esteri sarà un fallimento, può funzionare, però sono curioso di vedere se Obama, nel caso di una nuova crisi in Georgia, chiamerà Juncker, un nome circolato come possibile per tale posizione, che è Presidente di un Paese che ha meno abitanti di Firenze, ossia il Lussemburgo, o Sarkozy e la Merkel? Se sarà Blair magari sarà diverso, ma solo per il prestigio della persona, non per la sua posizione. Ma l’Europa è sorprendente: cose che all’inizio sembrano sciocchezze possono portare a buoni risultati, e cose perfette spesso si rivelano poco incisive. Comunque sulla politica estera resto dubbioso; non credo che col Trattato di Lisbona ci saranno cambiamenti sostanziali rispetto alla situazione attuale. Credo che l’Europa continuerà a essere un soggetto economico solido, ma senza una proiezione sugli esteri forte.

 

Come giudica il modo in cui Stati Uniti ed Europa hanno reagito alla crisi finanziaria ed economica, nota delle differenze?

 

Come ormai solito (è una vera moda), si è data ogni colpa all’America, accusata di aver creato il guaio, dimenticando però che negli stessi guai sono coinvolte anche le banche europee. La regolamentazione del mercato statunitense era carente, ma lo era anche quella europea, se no come sarebbe potuto succedere che quegli strumenti finanziari americani circolassero anche nel mercato europeo? È troppo facile accusare e dare la colpa all’America. Siamo in una crisi economica tremenda, che si sarebbe potuta evitare se gli europei o gli americani avessero insistito prima per istituire una maggiore sorveglianza su questi mercati; purtroppo la classe dirigente di tutti e due i continenti ha approfittato di questa mancanza. Comunque, se le banche europee avessero fatto una sorveglianza forte gli americani non avrebbero neppure potuto fare tutte queste cose. I due sistemi sono molto legati, perché l’Europa è troppo importante per il mercato. Basta guardare alla sorveglianza antitrust: l’antitrust europea è forte, e allora impedisce giochi audaci agli americani. Se ci fosse stata una regolamentazione europea forte del mercato delle ipoteche, queste non avrebbero potuto essere vendute nel mercato europeo. Per cui, a mio avviso, Europa e America sono a pieno titolo corresponsabili di questa crisi. Indicando la sola America si cerca solo un capro espiatorio. Chi sta reagendo, invece, sono sì, come al solito, gli americani. Il Governo ha preso misure drastiche per uscire dalla recessione; poi, recuperata la prosperità americana, anche il resto del mondo, a mano a mano, si riprenderà. Ora dobbiamo vedere se i paesi europei saranno all’altezza, soprattutto nell’aiutare i paesi dell’est. Vediamo, ma resta il fatto che ancora manchi una vera leadership europea. Nel bene e nel male, la crisi ci darà le ratifiche al Trattato di Lisbona. Gli irlandesi non voteranno più no a novembre, e i cechi si accoderanno.

 

Allarghiamo lo sguardo oltre i confini europei: in generale, in questi ultimi anni molte istituzioni sovranazionali stanno mostrando alcuni segni di sofferenza. Il Fondo Monetario Internazionale non ha saputo giocare un ruolo importante nella crisi economica attuale; i negoziati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sono fermi a Doha, e la politica della Banca Mondiale è spesso contestata, come in Sud America. Dopo anni di liberismo, gli Stati tornano a chiudersi?

 

Si tratta di uno sviluppo negativo della politica. Credo nell’apertura economica, e non nel protezionismo. Mi hanno fatto dispiacere le reazioni di Sarkozy, che ha cercato di difendere gli interessi dell’economia francese riversando i problemi sulle spalle dei cechi, dei polacchi, dei romeni… dov’è finita la solidarietà europea? Siamo così fieri di questa solidarietà, ma alla prima crisi veramente importante ognuno sta pensando per sé. È veramente un peccato che ci sia questa tentazione protezionista. Il modulo vincente, a mio avviso, è quello europeo classico: mercato aperto ma rispetto per le comunità politiche culturali. La mia critica di fondo all’Unione Europea è che essa sta minando la coerenza politica e culturale delle comunità nazionali, senza offrire niente in sostituzione. Dal punto di vista umano e spirituale siamo meno ricchi di prima. Siamo tutti più ricchi, ma tutti con un’esperienza relazionale più povera. Questo è strano. Si può viaggiare senza passaporto da un Paese all’altro, e questo è importante; però la qualità delle relazioni umane è migliore o no? È un elemento di difficile misurazione, ma a parere personale credo di no.

 

(Luigi Crema)

 

 

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