RIFORME/ Taglio dei parlamentari? Cominciamo dal bicameralismo

- Alessandro Mangia

La polemica nostrana sul parlamento “pletorico e inefficiente” non sembra gran cosa. Sembra, al più, la versione italiana di un malessere che attraversa uniformemente i sistemi di rappresentanza politica delle democrazie occidentali. Il commento di ALESSANDRO MANGIA

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Se in Italia si discute – per la verità non si sa con quanto fondamento – della riduzione del numero dei parlamentari, in Inghilterra da un mese tiene banco sui giornali lo scandalo dei rimborsi spese dei membri della Camera dei Comuni, che ha generato una delle più serie crisi politiche dai tempi della Signora Thatcher. Né le cose vanno granché meglio nel resto d’Europa. In Francia l’Assemblea Nazionale va letteralmente al traino delle politiche praticate dal governo Sarkozy, ratificandone le scelte secondo il più classico modello gollista. In Germania, dove pure ogni polemica antiparlamentare richiama memorie non troppo gradite, il Bundestag riesce ad esprimere una maggioranza che sostiene il Cancelliere Merkel solo a prezzo di accordi e contrattazioni continue all’interno di una coalizione tra partiti antagonisti.

Se a questo si aggiunge che tra qualche settimana i cittadini di una Europa in crisi andranno a votare per il Parlamento Europeo in un clima di astensionismo preannunciato (stando agli ultimi sondaggi pubblicati da Reuters solo il 34% degli oltre 375 milioni di aventi diritto al voto ha intenzione di partecipare alle elezioni del 4-7 giugno) bisogna ammettere che il quadro complessivo del parlamentarismo europeo sembra attraversato da pericolosi scricchiolii.

Vista in questo contesto, la polemica nostrana sul parlamento “pletorico e inefficiente” non sembra gran cosa. Sembra, al più, la versione italiana di un malessere che attraversa uniformemente i sistemi di rappresentanza politica delle democrazie occidentali. Questo malessere, però, non è una nuova forma dell’antiparlamentarismo che ha attraversato l’Europa dopo la prima guerra mondiale. E non ha nulla a che vedere con le invettive contro l’aula “grigia e sorda” che sarebbe ben presto stata esautorata. Insomma, niente incendi del Reichstag e niente manipoli che bivaccano.

È qualcosa di diverso e, forse, più complesso, che ha molto a che vedere con il fatto che anche cittadini non particolarmente versati nello studio del diritto costituzionale percepiscono che, ovunque, nell’assetto dei poteri, gli equilibri decisionali pendono da un’altra parte e non più dalla parte delle assemblee rappresentative. In questa prospettiva l’idea di ridurre il numero dei parlamentari appare, all’esterno, più che un attacco al Parlamento semplicemente come la ratifica di una situazione già ampiamente conosciuta e sedimentata. È una logica di efficienza a giustificare proposte di questo genere: una logica che muove dal presupposto per cui i parlamenti non sarebbero in grado di rispondere a quelle domande di normazione che le società moderne rivolgono al complesso Governo-Parlamento. Il che spiega da una parte perché ovunque i parlamenti vadano al traino delle iniziative di governo e ovunque i governi lamentino la inefficienza e la lentezza dei processi decisionali interni alle Camere. 

Qualche giorno fa Nicolò Zanon, su queste stesse pagine, indicava nel fenomeno dell’investitura diretta degli esecutivi, tanto a livello nazionale che locale, la causa dell’indebolimento delle istituzioni rappresentative. Il che è senz’altro vero. Da quando il capo del governo è sostanzialmente investito dal corpo elettorale al momento delle elezioni (nazionali) le assemblee hanno perso molto del loro ruolo politico e, dunque, della loro identità. Eppure viene da chiedersi se la crisi delle assemblee rappresentative in Italia e in Europa – che è innanzi tutto una crisi di ruolo e funzione – non dipenda anche da altro e cioè dal fatto che i processi decisionali all’interno dello stato si svolgono altrove. Scomparsi i partiti come li abbiamo conosciuti fino agli anni ’90, le decisioni vengono prese al di fuori della sede parlamentare e, quel che più conta, vengono prese indipendentemente dal colloquio tra i partiti, semplicemente perché i partiti, come li abbiamo conosciuti, non ci sono più.

In Inghilterra la maggioranza segue pedissequamente le indicazioni del premier e si identifica in questo. Qui la crisi di credibilità dei rappresentanti è automaticamente crisi di governo, come si sta puntualmente profilando in Inghilterra e come forse si avrà dopo le elezioni europee. In Italia la situazione è ormai invertita. Tanto a livello statale come a livello di regioni le maggioranze sono emanazione del leader politico e vengono elette assieme a questo. Sono fabbricate dalla legislazione elettorale ed esistono per sorreggere il leader, altrimenti si sciolgono. Dunque la crisi di credibilità del leader politico, la sua incapacità di decidere è automaticamente crisi della maggioranza. È il “modello Westminster” che abbiamo creduto di ricreare con i referendum elettorali degli anni ‘90, senza accorgerci che in questo modello artificiale le polarità del rapporto governo-parlamento venivano completamente invertite rispetto all’originale. Se in Inghilterra Gordon Brown deve preoccuparsi del consenso all’interno del suo partito, che è l’unico che lo può sfiduciare, in Italia sono i parlamentari che devono preoccuparsi di avere il gradimento del leader.

E allora, se questa è la situazione, non deve stupire che, nei momenti di malumore, si arrivi ad ipotizzare la riduzione del numero di parlamentari e che questa proposta non generi neanche troppe reazioni. È una conseguenza naturale del sistema elettorale maggioritario e della dissoluzione del sistema dei partiti che abbiamo voluto e salutato con entusiasmo qualche anno fa. È un frutto maturo dell’amore per l’ingegneria costituzionale che ha portato al dibattito infinito sulle riforme e che parte dal principio della infinita manipolabilità dei meccanismi istituzionali per fabbricare maggioranze. È, in fondo, soltanto la riproposizione di una idea già nota, cavata fuori dall’armamentario del vecchio antiparlamentarismo di primo ‘900 e che si segnala, stavolta, per il semplice fatto di partire da una proposta di legge popolare – che, per la verità, da noi esiste solo nei manuali di diritto costituzionale – e di collocarsi in un contesto completamente diverso.

Qui sono due le considerazioni da fare. La prima è che difficilmente una idea del genere avrà un seguito. In Italia il numero dei parlamentari è fissato direttamente dalla Costituzione. Il che significa che una modifica di questo genere impone, per giungere allo scopo, di attraversare i tempi della revisione costituzionale. Ed è lecito dubitare che un parlamento possa mai approvare una legge del genere, soprattutto se si tiene conto che, secondo buon senso, subito dopo l’approvazione di una riforma siffatta quello stesso parlamento dovrebbe essere sciolto dal Capo dello stato, se non altro per evitare lo sconcio di continuare a funzionare con 630 più 315 membri, dopo essersi autoridotto sulla carta. Quindi, riduzione del numero dei parlamentari significherebbe nuove elezioni.

La seconda considerazione è che una riforma di questo tipo, se collocata nel contesto del dibattito sulle riforme, non avrebbe – se presa in sé – alcun senso. È dal 2001, e cioè dalla riforma del Titolo V, che si ragiona della necessità di ripensare il sistema della rappresentanza politica affiancando alla Camera dei deputati un senato federale e cioè un meccanismo di rappresentanza degli interessi locali con competenze diverse rispetto a quelle della camera nazionale. Il che significherebbe rompere il principio del bicameralismo perfetto che è la vera ragione dei tempi lunghi delle decisioni parlamentari.

Ora, si è approvata una riforma detta “federale” delle autonomie regionali; si è approvato uno schema di federalismo fiscale che di federale ha solo il fatto di introdurre un decoroso principio di responsabilità politica in capo a quelle classi politiche locali che gettino al vento i soldi del contribuente. Sarebbe ora di chiudere il cerchio ripensando il sistema della rappresentanza politica, introducendo un senato delle regioni che garantisca la rappresentanza degli interessi territoriali ed eliminando il principio generale della doppia lettura delle leggi, che ormai esiste solo in Italia e certo non nei sistemi che si dicono federali. E che è – assieme ai regolamenti parlamentari – il vero motivo della inefficienza decisionale delle Camere. In questa chiave la riduzione del numero dei parlamentari potrebbe andare al di là dei soliti lamenti sul Parlamento che non decide, sul governo con le mani legate, sulla casta che non produce leggi, sulla classe politica che non è più quella di una volta. E si potrebbe forse approdare a qualcosa di concreto e di utile e che magari potrebbe dare un senso complessivo alle riforme degli ultimi anni.

Il punto, insomma, non è che i parlamentari sono troppi. È che sono troppi per fare due volte la stessa cosa. Fategli fare qualcosa di diverso.







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