LETTERA/ Binetti: quale “unità” dei cattolici per il dopo-Berlusconi?

- Paola Binetti

PAOLA BINETTI analizza lo scenario politico segnato dalla crisi del berlusconismo e da grande incertezza. Qual è la responsabilità dei cattolici in questo momento storico?

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Foto Ansa

Il quadro politico sta acquistando tonalità sempre più complesse, in cui accanto alle differenze di impostazione culturale e valoriale, si intrecciano strategie di posizionamento che spesso acquistano una visibilità preminente rispetto alle prime.

Tramontato il tempo delle grandi ideologie, in crisi evidente il sistema dei partiti, emergono movimenti che sembrano insinuarsi come un cuneo nella logica dei tre schieramenti: destra, centro e sinistra in questi primi anni della XVI legislatura sono andati gradatamente sgretolandosi.

Nessuno dei tre poli, che non dimentichiamolo già esistono nella loro variegata configurazione, è passato indenne da questa fase di smottamento che ha visto parlamentari passare da un gruppo all’altro, singolarmente o in forma più organizzata come è accaduto recentemente con Futuro e Libertà.

Il passaggio dei parlamentari da un partito all’altro è stato spesso stigmatizzato come una forma di incoerenza e comunque come una specie di tradimento rispetto al gruppo degli elettori che comunque lo avevano votato. Chi vede le cose in questo modo spesso non coglie la tensione morale a cui è sottoposto chi vede mutare rapidamente lo scenario politico in cui si era inserito al momento delle elezioni e si sente sottoposto a crisi di coscienza sempre intensamente problematiche.

D’altra parte, proprio lo spostamento dei parlamentari fa capire più di qualsiasi altra cosa quale sia il clima che si percepisce in parlamento: fluido, a tratti inafferrabile, nelle logiche che determinano convergenze e divergenze, o emblematico nella dialettica delle posizioni culturali che caratterizzano uno schieramento. Ci si può sentire soli, smarriti, confusi e da questo malessere possono scaturire decisioni che testimoniano comunque lo sforzo di recuperare oggettività nella valutazione dei fatti e onestà intellettuale nelle scelte che si debbono compiere. Ma soprattutto ricerca positiva di soluzioni alternative per non subire lo smacco di chi si sente sopraffatto da qualcosa che non riesce a controllare. 

Non è facile spiegare alla gente il quadro politico attuale. Qualcuno, (forse in tanti!,) avevano ritenuto audace che i popolari, di tradizione Dc e i Ds, eredi del vecchio Pci, avessero tentato di dare vita a un soggetto nuovo come il Pd. Sono quelli che non si stupiscono affatto delle difficoltà che i parlamentari dei due partiti originari trovano nel convivere: tutto sembra strutturalmente diverso, dallo stile politico con cui si affronta la piazza, alla scelta delle priorità, dalla scelta delle alleanze più o meno di sinistra o decisamente centriste. Dalla difesa naturale di certi valori per i vecchi popolari, alla messa in discussione sistematica dei medesimi da parte dei Ds…

Insomma, le diversità appaiono più naturali dei punti di convergenza. Ma la cosa che va oltre ogni possibile immaginazione è il lungo ponte dell’alleanza che oggi sembra andare da Bersani a Fini, passando per Casini e Rutelli. Da questo circuito resterebbero esclusi Bossi e Berlusconi, ossia quello che resta di un Pdl sempre più esangue e di una Lega sempre più vorace. Ma che quadro è questo in cui si stenta a cogliere i fili che legano le diverse posizioni e invece si intravvede con grande facilità l’ulteriore fragilità del quadro che va prendendo forma.

Un quadro in cui il livello di malcontento è sempre più alto, il grado di speranza è sempre minore e la capacità di immaginare alleanze durevoli sempre più povera. Questo è quanto appare oggi dall’attuale panorama politico: un manipolo di fedelissimi di Berlusconi, per cui qualunque cosa faccia è sempre il grande protagonista, colui da cui ci si aspetta un colpo d’ala, mentre una parte sempre più ampia del Paese comincia ad accorgersi che il re è nudo, che le sue promesse vivono della magia delle sue parole, ma non hanno alcuna possibilità di tradursi in fatti concreti.

Berlusconi sembra arrivato al traguardo di un tempo in cui è stato un Dominus pressoché assoluto e dovrà fare i conti con la storia, proprio perché ha governato più di chiunque altro in questi ultimi 60 anni. E di questo tempo gli si chiederà conto più che a chiunque altro. Questa la storia, perché per la cronaca sembra davvero arrivato al capolinea di un tempo in cui l’Italia non è affatto cresciuta come avremmo voluto, in cui la disoccupazione è in crescita, le famiglie soffrono, l’università è bloccata su un filo di lana che le impedisce di funzionare come dovrebbe; per non parlare del dilagare degli scandali in sanità e del disastro idrogeologico di questi giorni, che sembra la metafora del disastro etico del Paese.

La critica massiccia a Berlusconi viene ormai da tante parti, forse da troppe parti, nonostante sia chiaro a tutti che non può essere solo colpa sua se i fiumi straripano, Pompei cede sotto le sue stesse macerie, i precari non riescono ad uscire dalla loro precarietà, la natalità si riduce e per le strade del centro di Roma molti negozi chiudono o cambiano di destinazione e di proprietario.

Ma oggi fa comodo a tutti attribuire a Berlusconi il fallimento del sistema Italia: i talk show televisivi sembrano costruiti secondo un  palinsesto che lo vede in onda 24 ore su 24, alla caccia di motivi sempre vecchi e sempre nuovi per metterne in evidenza limiti ed errori, pubblici e privati. Questi ultimi a dosi massicce, anche perché bisogna riconoscere che lui non fa nulla per sottrarsi a questa lunga litania di lamenti, che nelle sue variegate differenza culmina in un solo punto: a casa Berlusconi. 

Sembra una conclusione così scontata, che induce i più accorti a non essere così sicuri che l’uomo non saprà volgere una volta di più tutte le cose a suo favore. Qualcuno ricorda quanto si disse di un altro personaggio: "Tre volte nella polvere e tre volte sugli altari…", ma anche Napoleone a un certo punto finì la sua lunga corsa.

Noi non sappiamo quando finirà quella di Berlusconi, però ormai sembra di essere tornati ai tempi della fantasia al potere, tutte le ipotesi e le alternative si intrecciano, senza che nessuno si senta di escluderne nessuna. Davvero Fini, Rutelli e Casini daranno vita a un grande centro? Bersani e Vendola faranno risorgere una grande sinistra, con l’aiuto compiacente di Di Pietro? Bossi e Berlusconi sapranno ancora controllare la scena pubblica come hanno fatto finora, oppure dovranno prendere atto che l’umore del Paese è decisamente cambiato? E tra questi tre schieramenti come si struttureranno le alleanze, dal momento che se continua così il vero vincitore sa il popolo degli astensionisti, e ognuno dei quattro concorrenti arriverà più o meno ad un 25%?

Ormai è chiaro a tutti che vincere le elezioni è cosa del tutto diversa dal poter governare e governare a sua volta è cosa ben diversa che restituire a questo Paese la sua dignità di grande potenza industriale, l’orgoglio della sua tradizione culturale, l’energia della sua gioventù competente e motivata, la sicurezza dei suoi anziani, dei suoi malati che si aspettano una solidarietà fattiva.

Può sembrare una descrizione pessimista, faticosa perfino da seguire nella semplice evocazione. Eppure è solo da un realismo che guarda oltre Berlusconi che si può e si deve trovare l’energia per scommettere su un futuro diverso, in cui il Paese torna a fare sua quell’etica della responsabilità che la generazione precedente ha messo alla base di tutte le sue scelte.

Una responsabilità diffusa, secondo i canoni di una leadership diffusa e non affidata solo al leader di turno, come se fosse una sorta di deus ex machina, capace di risolvere i nostri problemi con una bacchetta magica. C’è una proposta positiva che potrebbe prendere forma nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, quella che immagina la capacità di convergere in un luogo ideale condiviso le persone di buona volontà, per accantonare certe spinte individualistiche e autoreferenziali e rimettere al centro dell’attenzione personale, culturale e politica un grande progetto di servizio.

Un luogo a forte ispirazione cristiana, perché questa è la tradizione del nostro Paese, ma laicamente aperto a tutti coloro che non confondono la moderazione con l’inerzia e le riforme con la rivoluzione. Un luogo in cui potrebbero certamente convergere in molti dall’Udc e da Api, da Fli e dal Pd, ma anche dal Pdl e dalla Lega, tutti coloro che vogliono fare politica superando un approccio sistematicamente conflittuale, in cui la delegittimazione dell’avversario raggiunge spruzzi di fango che coprano intere famiglie, in cui il lavoro politico è per l’appunto un lavoro serio, competente e costruttivo. Non un esercizio di boxe o un campo di battaglia permanente.

Nessuno pensa a rifare la Dc né il Partito dei cattolici, ma solo a ricordare ai cattolici che per essere sale e lievito occorre che il sale sali e il lievito faccia fermentare la massa. Quando il sale nella minestra è troppo poco, questa sarà inevitabilmente sciapa, di quella sciaperia che induce rapidamente a buttarla via. Quando il pane non lievita è duro come un piombo, praticamente immangiabile.

E questa è la domanda che molti parlamentari cattolici si stanno ponendo (o, se si preferisce, molti cattolici impegnati in politica si stanno ponendo). Come fare a recuperare tensione etica nel Paese, come possiamo contribuire a restituire dignità alla donna, in tutti gli ambienti, dalla politica allo spettacolo, senza confondere l’una con l’altro? Come possiamo rilanciare un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria come quella della fedeltà nel matrimonio e quella della gioia di una famiglia aperta alla vita, capace di accogliere tutti i figli che desidera?

In che modo i giovani possono scoprire che la scuola è anche una bella avventura umana e intellettuale; che all’Università si forma la futura classe dirigente del paese e la fede appresa fin da piccoli in famiglia o al catechismo è ancora la migliore garanzia per capire dove sta il bene e dove non sta, che è un altro modo per dire dove si può essere felici e dove invece sarà facile immaginare che la felicità non è di casa…

Tutto ciò non è un idealismo sconnesso e meno che mai è un moralismo d’accatto… è solo un onesto senso comune che non rinuncia ad andare alla ricerca di valori consolidati e ben sperimentati.

Il dopo-Berlusconi molti di noi lo immaginano così, con una proposta molto concreta di un gruppo largo di persone che hanno fatto esperienze politiche anche diverse e che proprio per questo sono in grado di esercitare positivamente le loro capacità critiche. Un gruppo di persone però che riconosce nel proprio dna senza forzature e senza stravolgimenti quei valori che traggono forza dalle proprie radici cristiane ma che non sono solo patrimonio dei cristiani.

Basta pensare alla vita e alla famiglia e agli attacchi violenti che ancora oggi subiscono da una cultura politica trasversale, quella cultura di matrice radicale, che va da destra a sinistra passando per le nuove formazioni più centriste. Pensare a una svolta post-Berlusconi in cui chi condivide questi valori si decida a fare muro per la loro tutela, sottraendoli a una defatigante azione corrosiva, significa immaginare alleanze diverse, scenari politici diversi. Ma nel grande caleidoscopio delle ipotesi che in questi giorni si possono trovare su tutti i giornali, o si possono ascoltare nei corridoi delle diverse sedi istituzionali, nei bar, in famiglia davanti ad un qualunque telegiornale, anche questa è una ipotesi che si può contemplare.

Quella in cui si crea un sommovimento “virtuoso” per cui ci si ritrova  da una stessa parte non per calcoli politici, non in base alla probabilità di essere più o meno rieletti, ma in base a una serie di scelte di valore, di contenuto e di progetto, per essere anche la luce accesa sul moggio, dopo aver provato a essere sale e lievito…

Il momento politico ha una sua drammaticità che conferisce urgenza anche al dibattito tra i cattolici che fanno politica. Non per fare il partito dei cattolici, ma per fare rete tra di loro, per dare alle loro idee e alle loro convinzioni la forza necessaria per ricostruire insieme le numerose parti  in sofferenza del paese. Dovunque ci sia affinità, condivisione di valori e di soluzioni, occorre accantonare quell’individualismo che porta a ragionare più in termini di auto-posizionamento che di servizio e riscoprire il valore dell’unità e della collaborazione.

Se si ama il calcio, ci si può trovare nel tifo per la stessa squadra; se si ama il cinema si può andare a vedere un bel fil insieme; se si ama la pizza ci si possono scambiare gli indirizzi giusti. Se si ama il Paese ci si può decidere a ricominciare a lavorare insieme…

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