DOPO TODI/ Se il contributo dei cattolici non è uno sforzo etico…

- Antonio Intiglietta

L’incontro a Todi è stato un’occasione di rilancio per i cattolici rispetto al contributo che possono dare al paese per la ripresa. ANTONIO INTIGLIETTA ce ne spiega le ragioni

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Bagnasco, Foto Ansa

Attorno all’evento di Todi, dove domenica e lunedì scorsi si sono ritrovati i rappresentati dell’associazionismo cattolico, espressione del mondo culturale, economico e sociale, il rischio è come sempre quello di dare risalto alla notizia di singole dichiarazioni, senza comprendere realmente quello che è successo.
Todi è stata solo un’occasione di incontro, seppur importante, tra movimenti cattolici impegnati nel lavoro e nelle imprese. Incontro avvenuto alla luce del Magistero di Benedetto XVI, nella consapevolezza di tanti che il fattore decisivo e determinante di speranza e di salvezza per la vita di tutti non consiste in alcun progetto politico, economico o sociale, ma nel riconoscimento della  presenza di Cristo che si fa storia, anche attraverso la nostra testimonianza nella società.
Tra i tanti interventi, mi ha colpito particolarmente quello del Cardinale Angelo Bagnasco, che ha posto l’accento sulla centralità dell’avvenimento della fede (ovviamente totalmente trascurato dalla pubblica opinione) e sulle responsabilità che siamo tenuti a testimoniare nella società e nella vita politico-economica del Paese.
Molti interventi hanno sottolineato, con un sano realismo, lo stato di smarrimento in cui versa il popolo italiano, che sta generando una mancanza di speranza e di energia nell’affrontare la vita, in generale, e la crisi attuale, in particolare.
Dall’assenza di speranza si origina un atteggiamento molto comune fatto di lamento, che sfocia in una certa stanchezza nell’affrontare la realtà ed in alcuni casi in rabbia e violenza (vedi i fatti di sabato scorso a Roma). Si tratta di atteggiamenti che rischiano di diventare la modalità quotidiana di cui si è vittime e protagonisti.
Questa grave situazione in cui viviamo pone a tutti noi una domanda: come si può affrontare la crisi e quale contributo possiamo dare noi cattolici?
L’opinione pubblica, diversi intellettuali e alcuni esponenti del mondo cattolico sono convinti che la speranza del Paese possa nascere da un nuovo “progetto politico”, come se l’avvenimento cristiano e la novità che genera non possano essere sufficienti per incidere nella storia.

Ritengo che questa tentazione sia menzognera e che la storia abbia più volte dimostrato come il punto di salvezza di un popolo non nasca mai da un progetto frutto della presunzione dell’uomo. Al contrario, la rigenerazione scaturisce da un avvenimento che diventa storia, nella sua capacità di comunicare una positività vissuta, di generare opere che nel loro “tentativo ironico” cercano di rispondere ai bisogni della vita e di dialogare con le istituzioni politiche, in forza di un bene comune vissuto e sperimentato nella vita di ogni giorno.
Come è possibile pensare che possa nascere una nuova classe dirigente nel nostro Paese se non rinasce una umanità capace di riscoprire il proprio vero volto umano e in grado di tendere ad ideali veri e profondi?
Ma siamo così ingenui da credere che una nuova morale pubblica possa nascere da un rinnovato sforzo etico, da nuove prescrizioni e  conseguente repressione, e non invece da una continua tensione a riconoscere il vero e il bello in una amicizia, che ci sostenga in una  continua ripresa e correzione, al di la di ogni nostra presunzione di pensiero e di sforzo di coerenza?
Consapevoli della nostra debolezza e fragilità, ma instancabilmente protesi verso il vero, il bello e il buono, abbiamo incontrato la scoperta del nostro volto umano grazie all’incontro con l’avvenimento cristiano che ci rende, come dice T.S. Eliot, “bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la marcia sulla via illuminata dalla luce; spesso sostando, perdendo tempo, tornando, eppure mai seguendo un’altra via”.

La prima vera sfida per noi cattolici è che siamo chiamati a vivere la nostra fede come testimonianza pubblica, cioè a diventare sempre più una presenza nella società, vivendo quelle dimensioni della gratuità e fraternità nella quotidianità della vita.

Dentro la grande confusione del nostro Paese, che prima di essere politica è umana ed esistenziale, ci sono alcuni fattori che resistono in modo eroico. Da una parte c’è la famiglia, il vero welfare capace di condividere fatiche e difficoltà dell’occupazione. Quella famiglia che per decenni si è cercato di distruggere in nome di una falsa autonomia e libertà, ora si sta rivelando quale è, cioè il vero pilastro sociale della società! Dall’altra parte ci sono migliaia di piccoli e medi imprenditori, profit e no-profit, che invece di affrontare la crisi in modo cinico (come hanno fatto alcune multinazionali, alcuni spietati imprenditori affaristi che hanno come idolo il profitto ed affaristi) reinvestono i propri soldi per consolidare le aziende, si tengono i propri collaboratori ritenendoli una ricchezza essenziale del patrimonio d’impresa. Mi riferisco a quegli imprenditori che continuano ad assumere e formare il proprio personale, ad innovare e a girare il mondo per cogliere le migliori opportunità di sviluppo.
In questo senso è necessario da parte di tutti gli uomini di buona volontà un surplus di gratuità e impegno a sostegno dei più deboli, delle persone senza lavoro, degli anziani, dei disabili, degli ammalati, dei nuovi e vecchi poveri.
C’è bisogno di sostenere quell’Italia fatta di persone che in forza dei propri ideali cristiani, riformisti e liberali è chiamata a diventare sempre più efficace e costruttiva per favorire la ripresa del Paese, mettendo in rete le esperienze per rappresentare visibilmente un punto di positività e di sviluppo.
Tutto ciò genera speranza, restituisce energia, rende noi tutti capaci di una risposta diversa rispetto all’impotente “cultura del lamento” o del rimando a chissà a quale “demiurgo governo” una speciale risoluzione dei problemi.
Siamo chiamati ad interloquire con le istituzioni e la classe politica italiana per avanzare proposte di tipo economico e sociale per la crescita dell’Italia e dell’Europa.
Insomma, siamo chiamati a dare il nostro contributo autentico ed originale nella società italiana senza cedimenti a progetti che rischiano di diventare nuovi idoli incapaci di una vera e reale novità.
Le testimonianze di Benedetto XVI (vedi l’intervento al Parlamento Europeo), che ci dimostra come l’intelligenza della fede diventa intelligenza sulla realtà, di uomini veri come il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (vedi l’intervento all’ultimo Meeting di Rimini), e di tante donne e uomini di fede ci spronano e ci confortano: forza e coraggio!



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