IL CASO/ Se lobby e poteri forti contano meno dello Stato

- Michele Arnese

È stato pubblicato in settimana un saggio di Francesco Galietti che è una sorta di tac a un’etichetta screditata negli ultimi tempi: quella di lobbista. La recensione di MICHELE ARNESE

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Foto Imagoeconomica

Giù le mani dai veri lobbisti. “Alta pressione”, il saggio di Francesco Galietti pubblicato giovedì da Marsilio-collana Formiche con una prefazione del direttore de Il Tempo, Mario Sechi, fa la tac a un’etichetta particolarmente screditata negli ultimi tempi: quella di “lobbista”. Il giudice per le indagini preliminari dell’inchiesta per favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio sulla P4 ha scritto che il lobbying è “una professione particolare e difficilmente definibile”. In Italia, il termine “lobby” è infatti largamente usato – e spesso abusato – per evocare pressioni a favore di interessi particolaristici.

In Italia, si sa, lobbying fa rima con poteri di fatto, quei poteri che stanno fuori dalle istituzioni e si esprimono sia manifestamente, sia sottotraccia, scatenando dietrologie a iosa. È credenza diffusa che nei palazzi romani seggano governi deboli, esposti quasi totalmente alle influenze e pressioni dei gruppi, talora diretta espressione della politica di pressione cui sono sottoposti. Fantocci in balia delle lobby, incapaci di autonomia decisionale e quasi totalmente “eterodiretti”. Questo, perlomeno, è il ritornello della grande stampa, dove il filone televisivo del governo debole e dei poteri occulti conosce un successo straordinario e inesauribile: “Sindaci, ministri, direttori di giornali e grand commis sono puntualmente ‘eterodiretti’ da potenti – e immancabilmente occulti – personaggi, i quali scambiano sapientemente leggine, appalti e quant’altro. È l’eterno romanzo della politica italiana, fatto di servizi deviati, burattinai nell’ombra, giornali collusi e poteri corrotti. Sullo sfondo, come le sagome mobili di cartone in un teatro di provincia, c’è lui. Il lobbista”.

Il saggio critica aspramente l’assenza di regole per il lobbying in Italia, dove chiunque prova a influenzare le norme a proprio vantaggio, e dove gli interessi si accavallano. Talora il “lobbista” più influente è proprio lo Stato, specie per i settori dai quali le casse pubbliche traggono un gettito cospicuo sottoforma di imposte e canoni. Il gioco è un vizio? Pare non pensarla così lo Stato, vista l’incredibile offerta di gratta e vinci, estrazioni del lotto, concorsi istantanei, scommesse di ogni tipo che una volta sarebbero stati appannaggio di orride bettole, ma che oggi, debitamente ripuliti e disciplinati, soddisfano la sete di entrate pubbliche. Fumare fa male? Sarà, ma ai polmoni pubblici pare che faccia benissimo, almeno a giudicare dal gettito di accise degli ultimi anni. Un gettito fondamentale in tempo di crisi, al punto da indurre più volte a decretare aumenti dei pacchetti di sigarette, il cui prezzo incorpora una significativa componente fiscale.

Galietti, che è stato un giovane consigliere di Tremonti e ha bazzicato i corridoi del ministero dell’Economia nel triennio iniziale della XVI legislatura, arriva nelle librerie in una fase di massima indignazione e di crescente scontento per i politici, le istituzioni, ma spesso anche per i rappresentanti delle parti sociali. Come ricorda l’autore, “il mistero, l’inaccessibilità arcana dei palazzi sono violati e ridicolizzati, le telefonate e i maneggi sono messi a nudo e sezionati sul freddo tavolo operatorio dell’opinione pubblica. È la logica implacabile del name and shame, della gogna mediatica, così diversa dai tempi lunghi dei tribunali e dalla rassicurante ovatta della procedura. Il processo sui giornali è immediato e cruento, riguarda tutto, non solo le fattispecie penali, rimbalza su internet e vi rimane a imperitura memoria con il suo strascico di commenti indignati e giudizi velenosi. Nell’anno dello scandalo 2011, le analogie con il 1992 e Mani Pulite si sprecano e i tradizionali simboli del potere – le auto blu con i finestrini oscurati, i portaborse, il cellulare perennemente premuto contro l’orecchio – sono guardati con sospetto. Un clima che ovviamente non può piacere a chi fa lobbying in maniera professionale, a rischio di essere etichettato come i tanti sodali dei politici e i trafficoni finiti nelle inchieste penali e di essere bollato per sempre come losco faccendiere frequentatore di palazzi”.

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