LETTERA/ Viaggio nel Nord-est tra i mal di pancia di una Lega “a pezzi”

- Francesco Jori

Che tempo che fa nella Lega? Mentre il governo vacilla il Carroccio sembra scontare l’inevitabile “crisi da crescita” con una serie di botti che in qualche caso arrivano ai rombi di tuono, come ci racconta FRANCESCO JORI

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I ministri Calderoli e Maroni (Imagoeconomica)

Che tempo che fa nella Lega, versante veneto… Adesso che nelle terre di San Marco è diventato di gran lunga il primo partito, il Carroccio sconta l’inevitabile crisi da crescita con una serie di botti che in qualche caso arrivano ai rombi di tuono: come la voce che il potente sindaco di Verona Flavio Tosi sarebbe addirittura in uscita dal movimento per approdare sui lidi del Pdl, traghettatovi da Maurizio Sacconi.

Scenario smentito a stretto giro di posta dall’interessato, con tanto di querela. E che appare francamente fantascientifico, o più probabilmente messo in circolo ad arte da qualcuno che vuole sabotare l’irresistibile ascesa del personaggio. Tosi è troppo esperto e accorto per ignorare che ogni strappo con la casa-madre è stato fin qui pesantemente pagato da chiunque l’abbia fatto con la scomparsa sostanziale dalla scena politica: a cominciare da un altro veronese come lui, Fabrizio Comencini, che a fine anni Novanta uscì dalla Lega con sette consiglieri regionali su otto, eppure finì per dissolversi. Ma se si mette assieme la presunta bufala su Tosi con una serie di altri sussulti recenti, si possono comunque cogliere fermenti tutt’altro che marginali.

C’è un epicentro vicino per capirli, che sta in Veneto; e uno più lontano, che sta in Lombardia. La filiale veneta del Carroccio ha iniziato i congressi provinciali, in vista di quello regionale: dove potrebbe anche concludersi la lunga guida (tredici anni) di Giampaolo Gobbo, uomo di assoluta fiducia di Bossi (il quale lo chiama “il mio imam in Veneto”).

Gobbo appartiene alla prima generazione leghista, e ha il merito di aver tenuto botta quando tutto sembrava sfasciarsi, per condurre il partito alla guida della Regione con il sorpasso sul Pdl, facendo crescere una  nidiata di giovani di sicuro avvenire. Due, soprattutto: Tosi appunto, che alle regionali 2005 ottenne 28mila preferenze, e che ha stravinto le comunali di Verona; e Luca Zaia, trevigiano come Gobbo, diventato governatore.

Da Arcore, Bossi ha già fatto sapere che il nuovo segretario veneto non dovrà essere un rompiballe; e se c’è uno che si avvicina a questo profilo, è proprio Tosi, per le sue posizioni non sempre allineate e coperte con quelle del Capo. Per esempio, sulle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia lui ha spiegato chiaro e tondo che essendo sindaco deve tener conto di tutti, e quindi parteciperà in prima persona; anzi, ha già invitato il capo dello Stato Napolitano.

Ma la questione vera è il dopo-Gobbo (sempreché il segretario uscente non venga confermato, o quanto meno congelato in caso di elezioni anticipate). Nel partito ci sono posizioni diverse e anche contrastanti, come si è visto nel primo dei congressi provinciali fin qui celebrati, quello di Vicenza. E ci sono carature di cui tener conto tra le singole province, specie Verona, Treviso e la stessa Vicenza, dove il Carroccio è più forte.
Treviso oggi ha il segretario regionale (che è anche sindaco della città) e il presidente della Regione: un predominio che non tutti gradiscono.

E qui bisogna spostarsi sulla seconda e più importante sponda, quella lombarda. Dove sia pur silenziosamente (ma neanche tanto…) si ragiona già del dopo-Bossi, come segnala con vistosa evidenza l’emersione dello scontro tra i due principali papabili, Maroni e Calderoli: esploso sull’abbinamento federalismo-elezioni, con il primo a dire senza mezzi termini che Berlusconi non dev’essere premier a tutti i costi.

Una contrapposizione peraltro in atto sottotraccia da tempo. Con  la doverosa aggiunta che in Padania, e in Veneto in maniera particolare, nessuno gradisce che il Capo si porti regolarmente dietro come bagaglio appresso il figlio, già remunerato con un posto d’oro in consiglio regionale lombardo, e per il quale si parla addirittura di un posto da vice-sindaco alle prossime comunali di Milano.

La successione dinastica non piace ai dirigenti e al popolo leghista; tanto più se il delfino designato fatica ad apparire perfino una trota, come da soprannome affibbiatogli dal padre, richiamando semmai pesci di ben meno nobile natura.

I sommovimenti veneti vanno letti anche in chiave di scontro tra i colonnelli bossiani: in questo senso va tenuto presente l’aggancio solidissimo di Tosi con Maroni. Una cosa è certa: la Lega ha fin qui ricalcato fedelmente lo stile dei vecchi partiti, specie Dc e Pci, che litigavano ferocemente all’interno, per presentarsi all’esterno con una posizione compatta e unanime. Continuerà di sicuro a farlo, almeno fino a che durerà l’effetto Bossi. Il dopo, quando verrà, sarà di sicuro tutta un’altra storia.

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