SCENARIO/ Finita l’era Bossi, chi la spunterà tra “cerchi magici” e colonnelli?

- Francesco Jori

Le turbolenze interne alla Lega non accennano a placarsi. Dopo il raduno di Pontida la lotta tra “cerchio magico” e “colonnelli” si è riaccesa. E ora c’è la grana napoletana. FRANCESCO JORI

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Foto Imagoeconomica

Non c’è più rispetto per gli anziani. “Dammi retta, per il bene del partito e della Padania, VAI IN PENSIONE!!!”, manda a dire a Bossi Enzo V. dal blog di Padania.org (26 giugno, ore 00.27), rinforzando il concetto con il consiglio finale tutto in maiuscolo e tre punti esclamativi. Undici ore esatte più tardi, alle 11.21, Marco Zanon insiste, replicando alla minaccia del Capo di sbattere fuori dalla Lega chi non è d’accordo con lui: “Bossi, dovresti andartene tu! Sei diventato il servo di Berlusconi e ci stai facendo diventare la Lega Sud!”.

Per la prima volta dopo 26 anni di comando assoluto e di obbedienza cieca, il padre-padrone del Carroccio vede mettere in discussione quel dogma della (propria) infallibilità di cui si è autoinvestito; e che ha fatto ferocemente rispettare in questo quarto di secolo, tagliando teste a raffica come un Cromwell padano. Più volte ha riscritto a proprio uso e consumo la storia della Lega, facendo apparire per clamorosi successi quelle che erano state sonore sconfitte. Ma neppure a lui è consentito riscrivere la Storia con la maiuscola: che in svariati millenni non ha ancora prodotto un uomo in grado di non commettere mai uno sbaglio in vita sua.

L’elenco delle bossate è nutrito. Dai palchi di Pontida e di Venezia, ha annunciato almeno una dozzina di volte la nascita della Repubblica della Padania, notificando tanto di ultimatum allo Stato romano. Oggi vi appartiene a pieno titolo, non solo intascando per sé e per i suoi gli appannaggi della “Roma ladrona”, ma alzando diligentemente (lui e i suoi) la manina in Parlamento quando c’era da avallare la risibile tesi di Ruby nipote di Mubarak, da autorizzare generose elargizioni alla mala amministrazione di Comuni del sud da Catania a Palermo, da tenere bordone ai marchingegni scovati dal Cavaliere per sfangarsela dalle inchieste a suo carico. Ha spacciato per una rivoluzione epocale la devolution, se l’è vista bocciare per l’opposizione prima di tutto dei suoi alleati, e non ha battuto ciglio. Ha pagato dazio all’alleanza con Berlusconi restando per anni inchiodato a un misero 4 per cento, e l’ha presentato come un trionfo. E adesso che è riuscito a raddoppiare i consensi e si preparava a presentare il conto, subisce un’emorragia elettorale e si trova a dover fare i conti con una base imbufalita: il sondaggio dell’altro ieri di Mannheimer sul Corsera dimostra inequivocabilmente come quattro leghisti su dieci non condividano la sua linea.

A Berlusconi, dal prato di Pontida, Bossi ha sottoposto un memorandum in dodici punti dall’eloquente titolo “Fatti in tempi certi”. Quarantott’ore dopo, in Parlamento, il Cavaliere si è limitato a dargli una simbolica pacca sulla schiena proclamandolo “amico mio”, ma non ha preso un solo impegno concreto. Subito dopo, il Capo ha incassato il secco no di 49 suoi deputati su 59 alla riconferma di Reguzzoni come capogruppo; e per tutta risposta li ha sconfessati, per giunta minacciando l’ennesima epurazione, stavolta nei confronti della figura più amata dai padani (vedi Pontida), vale a dire Maroni.

Bossi insomma continua a comportarsi da monarca assoluto; così come ha fatto quando ha promosso sul campo (facendolo profumatamente pagare a spese del contribuente) un figlio cui si fa già un complimento a definirlo mediocre: si fosse chiamato Brambilla o Schiavon, nella Lega non avrebbe fatto neanche il consigliere di quartiere supplente. Così si è alienato quote consistenti di una base che comincia a chiedersi se il  Capo non stia cominciando a dare i numeri; e se dopo un quarto di secolo non sia il caso di pensare alla sua successione, senza delegarla a un pugno di pretoriani scelti più per la loro fedeltà che per la loro capacità: qualcuno ha dei dubbi nello stabilire chi abbia più doti politiche tra Bobo Maroni e Rosi Mauro?

Bossi ha ciccato di brutto sulla battaglia per i ministeri al nord, cosa che ai suoi non fa né caldo né freddo, come dimostra sempre il sondaggio di Mannheimer. E per curiosità, quante firme ha raccolto nei gazebo di Pontida sulla questione, alla faccia delle ripetute esortazioni dal palco? Tra qualche giorno si incarterà l’ennesima sbruffonata sui rifiuti di Napoli, accettando o subendo la scelta di Berlusconi; e il termometro del suo gradimento interno alla Lega subirà un altro sbalzo.

Tutto lascia credere in realtà che il dopo-Bossi sia di fatto cominciato, anche se conoscendo il carattere e l’autostima del personaggio non sarà certo lui a fare un  passo indietro. D’altra parte, un suo ritiro oggi è impensabile, e nessuno nel Carroccio lo chiede davvero. Basterebbe ai suoi che capisse che non può continuare a considerarsi per l’eternità un uomo solo al comando, circondato da fantaccini addestrati solo al signorsì. E che faccia tesoro, magari, di una vecchia e saggia massima di un autorevole teologo anglicano, William Ralph Inge: un uomo può anche costruirsi un trono di baionette, ma non ci si può sedere sopra. Provare per credere.

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