EVASORI/ Il giurista: l’”etica” di Napolitano è il frutto di una finanza malata

- int. Alessandro Mangia

Secondo ALESSANDRO MANGIA le affermazioni di Napolitano sono il frutto dei tempi cambiati, e dell’impossibilità per gli Stati nazionali di far fronte ai propri debiti.

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I terroristi, i criminali di guerra, i mafiosi, i pluriomicidi, gli stragisti o chi si macchia di alto tradimento; ecco, se proprio un capo dello Stato si senta in obbligo di tuonare con foga contro qualcuno – ma proprio se deve -, arrivando a suggerirne il confino, di bandirlo per sempre dal Paese, o sottrargli la cittadinanza, allora sembra ragionevole suggerire di pescare tra queste categorie. Invece no. Napolitano ha scelto gli evasori fiscali. Ieri, ha detto, infatti, testualmente: «L’Italia della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale, comportamenti devianti per quanto diffusi, non merita di essere associata alla parola Italia». Va bene, nessuno dice che si tratti di condotte degne. Non sarà, tuttavia, che l’inquilino del Colle si sia lasciato condizionare dalla suggestione del momento? La stessa che ha colto Nikolas Sarkozy che, in un impeto preelettorale, ha minacciato: «via la cittadinanza francese a chi non paga le tasse». Non sarebbe, d’altro canto, il caso di dare alle cose il giusto peso? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Mangia.

Perché due capi di Stato fanno affermazioni di questo genere?

Vi è, anzitutto, un fraintendimento dovuto al fatto che, in passato, c’è stato un atteggiamento complessivo dall’opinione pubblica ben diverso. Lo Stato italiano, in certi periodi – specie durante il boom economico –, ha interpretato l’attuazione modulata sul territorio della politica fiscale come tacito strumento di governo.

Ora cosa è cambiato?

La crescita economica si è conclusa e tutti gli Stati europei sono sotto pressione, con i propri debiti sovrani concentrati nelle mani di alcune istituzioni finanziarie. Di conseguenza, la riscossione dei tributi acquista un valore diverso, in termine di distribuzione dei sacrifici all’interno della collettività. Ci si trova d’un tratto a chiedersi se non pagare la tasse rappresenti un attentato al prossimo.

Lo è?

La questione non va affrontata in termini etici. Si è iniziato a porla  in tali termini sui mezzi di comunicazione di massa perché ci si è resi conto che la situazione potrebbe diventare insostenibile. Si continua a parlare di Stato nazionale in vecchio stile, quando ancora si poteva accampare una pretesa etica da parte sua rispetto alla contribuzione fiscale. Ma quel genere di Stato è scomparso.

Cosa lo ha sostituito?

Gli Stati sono diventati delle collettività indebitate, i cui debiti sono in mani altrui, e si trovano a dover fare cassa. Dichiarazioni come quelle di Napolitano da un lato, e gli imprenditori che si suicidano, dall’altro, rappresentano i due lati della stessa medaglia. Non ci si rende conto che siamo tutti debitori di qualcuno senza nome e senza volto. Che non è lo Stato italiano.

A “chi” si riferisce?

Si tratta dei meccanismi della finanza che acquistano il debito pubblico di Stati che non hanno capacità di garantire l’assorbimento delle proprie obbligazioni e decidono di manovrare i tassi.

La tassazione è l’unica strada per uscire dalla crisi?

Ci sarebbe da fare un discorso sulla riorganizzazione degli apparati pubblici e statali, sulla riorganizzazione di questi soggetti, sul recupero della loro efficienza e  sul patrimonio ancora in mano loro; oltre che sulla necessità di intervenire direttamente sul debito pubblico. 

Eppure, si continua semplicemente ad aumentare le tasse

Occorre rendersi conto che se se l’imposizione fiscale resterà a questi livelli, si andrà verso un avvitamento della situazione. Ovvero, verso il rallentamento dell’attività economica, il restringimento della base imponibile, con un conseguente calo della raccolta da parte dello Stato e la necessità di nuove imposte. Si tratta, in fondo, della debolezza della politica europea che ragiona a brevissimo termine senza rendersi conto della conseguenze future. 

 

(Paolo Nessi)

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