SCENARIO/ Buttiglione: “fusione” Udc-Pdl, ma senza un nuovo Berlusconi

- int. Rocco Buttiglione

Da quando Pier Ferdinando Casini ha dato per archiviata l’esperienza del Terzo Polo dal Pdl non mancano segnali di apertura. Nascerà la nuova “casa dei moderati”? ROCCO BUTTIGLIONE

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Rocco Buttiglione (Infophoto)

«Occorre rifondare l’area moderata partendo dagli attuali vertici (Alfano, Casini e Maroni)» dice Maurizio Sacconi. «Non siamo mai stati così vicini a Casini» insiste Altero Matteoli. Le dichiarazioni di due ex ministri del Pdl non sembrano comunque voci isolate, soprattutto da quando Pier Ferdinando Casini, all’indomani del primo turno delle amministrative, ha dato per archiviata l’esperienza del Terzo Polo.
«Mi auguro che questo ritrovato dialogo possa portare a qualcosa di concreto – dice l’On. Rocco Buttiglione a IlSussidiario.net –. D’altra parte, l’Udc e il Pdl rappresentano la stessa area sociale e hanno un riferimento valoriale pressoché identico».

Cosa vi ha divisi allora, Onorevole?

Silvio Berlusconi. Attenzione però, il nostro problema non è la sua persona, ma l’accentuazione verso un certo populismo che si è registrata negli ultimi anni e che ha lasciato sgomenti molti, anche dentro lo stesso Pdl.
Oggi noi diciamo che si può andare oltre il Terzo Polo, anche se ha avuto la funzione essenziale di dimostrare che quel bipolarismo, inteso come continuazione della guerra civile, non poteva funzionare.

Berlusconi non è più in prima linea, questo potrebbe bastare?

Non nego che da parte nostra ci sia ancora una certa diffidenza. Non tanto perché vogliamo che il Cavaliere esca di scena, ma perché temiamo che possa rinascere quel tipo di impostazione. Ad ogni modo, è sempre possibile ristabilire rapporti di fiducia e di credibilità attraverso comportamenti coerenti.
A questo proposito, il programma non è privo di importanza. Se torniamo a parlare di ciò che vogliamo fare capiremo subito se si fa sul serio.

Quali potrebbero essere i riferimenti di un soggetto ancora tutto da ricostruire?

Vede, noi disponiamo di una straordinaria fecondità e ricchezza: la dottrina sociale della Chiesa Cattolica, dalla Laborem exercens alla Caritas in veritate. Dopo la crisi delle ideologie e delle varie ricette che hanno dimostrato tutta la loro astrattezza, perché non torniamo a lavorare su un programma per l’Italia e per l’Europa che parta da questo tesoro?

Un esempio?

Ripensare allo stato sociale partendo dalla famiglia. Sul tema è stata fatta una grande elaborazione culturale che dimostra che la morte della famiglia genera dei problemi che lo Stato non è in grado di affrontare. A questo proposito, quando il Santo Padre verrà a Milano gli presenteremo una ricerca sulle conseguenze del dissolvimento familiare.
Non solo, parliamo del “modello lombardo” di Roberto Formigoni. Anche se sono stato suo avversario politico e alcune sue scelte le ho interpretate come un tradimento personale, non posso negare che l’idea secondo la quale pubblico e privato devono lavorare insieme usando come criterio il bene della persona abbia funzionato.
Insomma, per tutti quelli che vogliono tornare a parlare di contenuti le porte sono aperte.

Anche per la Lega Nord?

Non sono ostile a priori al Carroccio. Non posso però non sottolineare che la “vecchia Lega” ha votato contro quelle misure che ci hanno evitato il fallimento. Eravamo sull’orlo dell’abisso, ma hanno fatto questa scelta coscientemente, da un lato puntando sulla secessione, dall’altro portando i propri soldi al di fuori dell’Italia. 

C’è chi dice che in questo progetto nemmeno gli ex An avrebbero molto spazio.

Non saprei dirlo, dipende da loro. Noi dobbiamo concretare una prospettiva culturale forte che sia centrata sulla riforma dello stato sociale a partire dalla famiglia e su una riforma dell’economia italiana che la renda competitiva nella consapevolezza che stiamo giocando la partita della globalizzazione. Possiamo uscirne vincitori, ma possiamo anche perdere, scivolando tra le nazioni sottosviluppate. Per questo motivo ogni cedimento sul terreno della politica del rigore è inaccettabile, perché comprometterebbe il futuro del paese. Non solo, serve una politica per unire, non per spaccare il Paese. Questo non significa che serva necessariamente la Grande coalizione, ma bisognerebbe essere pronti all’occorrenza.  

Come vedrebbe la partecipazione di Mario Monti o di alcuni membri del suo esecutivo?

E’ un’ipotesi da non scartare. L’importante è che continui la politica della serietà e del rigore che il governo dei tecnici ci ha portato. 
In questi giorni a Berlino tutti mi chiedevano con una certa preoccupazione chi arriverà dopo il Professore. A tutti rispondevo: “dopo Monti ci sarà Monti”, non tanto nella sua persona fisica, ma sicuramente come impostazione politica. Il Paese non può illudersi di aver fatto una scelta temporanea, perché  è necessariamente di lunghissimo periodo.  

E un’eventuale discesa in campo di Montezemolo?

Anche lui è il benvenuto, ma non esistono “salvatori della patria” e non abbiamo di certo bisogno di un nuovo Berlusconi. 
Sarebbe più utile una buona legge sui partiti fatta bene che ne garantisca la democrazia interna, che ne regoli il finanziamento, facendo andare le risorse verso la periferia e non verso il centro. Servono dei partiti in cui le decisioni vengono prese con il voto segreto degli iscritti. Partiti che scelgano i loro leader, non leader che si costruiscono il loro partito. 

Chi potrebbe guidare il Partito dei moderati e come andrebbe scelto il leader secondo lei? 

Questo è un passaggio delicatissimo, che si risolve se il lavoro precedente viene fatto bene. Affrontato fuori contesto diventa un problema irrisolvibile.

Il passo in avanti del suo partito sembra comunque aver spiazzato Fini e Rutelli.

Non abbiamo rinunciato al nostro rapporto. Abbiamo soltanto detto che inizia una fase nuova che ha come tema la riorganizzazione dell’area moderata, nel suo insieme. L’invito è rivolto anche a loro.
Certo, l’espressione “moderati” è equivoca. Rischia infatti di indicare quelli che non hanno convinzioni profonde, anche se vuole invece raccogliere tutti coloro che conoscono solo Dio in cielo e l’uomo in terra e che al posto di Dio non mettono né la razza, né la classe, né il mercato, né alcun valore astratto che, anche se buono, rischia di soffocare e uccidere l’uomo.

(Carlo Melato)

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